Orban candidato Usa all’Onu, Russia e Cina favorevoli
Secondo il Wall Street Journal, l’ex premier ungherese accetterebbe soltanto con la certezza di un esito favorevole
L’amministrazione Trump sta valutando Viktor Orban come candidato alla guida dell’Onu. La proposta americana, riferita dal Wall Street Journal, avrebbe già raccolto l’interesse di Russia e Cina.
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Washington cerca sostegni
Funzionari statunitensi avrebbero sondato direttamente la disponibilità dell’ex premier ungherese, che secondo le ricostruzioni sarebbe pronto a correre soltanto in presenza di garanzie sul successo. La Casa Bianca avrebbe inoltre indicato di poter contare su otto, forse dieci, voti tra i 15 membri del Consiglio di sicurezza.
Per ottenere la raccomandazione ufficiale del Consiglio servono almeno nove consensi e nessun veto. Washington sostiene di avere già l’appoggio di Mosca e quello di Pechino, con cui Orban ha costruito rapporti politici ed economici negli anni del suo governo a Budapest.
La candidatura, se confermata, porterebbe nella corsa un esponente vicino a Donald Trump e a Vladimir Putin. Orban è stato descritto dagli alleati del presidente americano come una figura capace di contrapporsi all’apparato burocratico delle Nazioni Unite e di difendere posizioni conservatrici su immigrazione, libertà di espressione, magistratura e istituzioni liberali.
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Le reazioni alla candidatura
Non è chiaro quanto sia avanzata l’iniziativa statunitense. Potrebbe trattarsi anche di una manovra destinata a condizionare il confronto internazionale, in linea con l’atteggiamento spesso ostile dell’amministrazione Trump verso gli organismi multilaterali considerati contrari agli interessi americani.
Le prime reazioni politiche sono state negative. Il premier polacco Donald Tusk ha definito l’ipotesi «comica», mentre il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha attaccato Orban per il ricorso al veto e alle pressioni politiche nelle decisioni dell’Unione europea, comprese quelle relative al sostegno a Kiev contro l’invasione russa.
Orban ha guidato l’Ungheria con politiche giudicate autoritarie e in aperto contrasto con Bruxelles, soprattutto sui migranti e sul rispetto dello stato di diritto. Alle ultime elezioni è stato sconfitto, nonostante il sostegno espresso dalla Casa Bianca e il rapporto personale consolidato con Trump.
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