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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Roma ospita la seconda tappa del Ring di Wagner

La seconda tappa della Tetralogia unisce riferimenti romani, scenografia monumentale e una direzione orchestrale in primo piano

Il Siegfried ha inaugurato la stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e ha portato a Roma la seconda tappa del Ring in forma scenica. Daniel Harding ha guidato l’orchestra in una lettura che, dopo oltre cinque ore, ha ricevuto applausi calorosi.

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L’orchestra al centro

La particolarità della Sala Santa Cecilia, priva del golfo mistico, rende l’orchestra visibile e ne accentua il peso teatrale. Harding, al debutto con quest’opera, ha trasformato questa caratteristica in una scelta interpretativa precisa, mettendo in rilievo il dialogo tra i motivi musicali.

La frattura interna al lavoro di Richard Wagner emerge soprattutto nel passaggio tra il secondo e il terzo atto. Il compositore ha interrotto per anni la stesura del Siegfried, dedicandosi nel frattempo a Tristano e Isotta e ai Maestri cantori di Norimberga. La prima parte è stata restituita con un suono nitido e articolato, mentre il preludio del terzo atto ha aperto una dimensione più ampia e abissale.

Tra i momenti più riusciti si è distinto il richiamo del corno di Alessio Allegrini nel secondo atto. La compagnia di canto ha mantenuto lo stesso livello, con Wolfgang Ablinger-Sperrhacke particolarmente incisivo nel ruolo di Mime.


I protagonisti in scena

Ablinger-Sperrhacke ha evitato di trasformare il nano in una semplice figura comica, rendendolo invece inquietante proprio per la sua umanità deformata. Clay Hilley ha unito resistenza vocale e capacità narrativa, passando dalla spavalderia nella fucina alla solitudine del giovane che incontra il mondo della foresta.

Michael Volle ha interpretato il Viandante con autorevolezza e disincanto. Elisabet Strid ha costruito Brünnhilde attraverso un percorso progressivo, dal risveglio controllato all’impeto del finale. Nel cast hanno trovato spazio anche Wolfgang Koch nei panni di Alberich, Anna Kissjudit come Erda, Falk Struckmann nel ruolo di Fafner e Lysa Menu, interprete dell’Uccello della foresta.

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Roma tra paganesimo e Chiesa

L’allestimento di Vincent Huguet collega ogni giornata della Tetralogia a una diversa epoca della storia romana. Dopo l’antichità della Walküre, il Siegfried si è spostato nella Roma rinascimentale dei papi; il Götterdämmerung sarà invece associato al Ventennio. Nel 2028 il Rheingold dovrebbe chiudere il ciclo tornando all’inizio del racconto.

L’immagine più forte arriva nel terzo atto, quando Siegfried apre il coperchio di un sarcofago romano collocato ai piedi di una piramide di marmo. Dal sepolcro emerge Brünnhilde, inizialmente vestita da suora. Durante il duetto, il velo e il soggolo cadono e il corpo pagano torna visibile sotto i simboli della cristianità.

Il riferimento è alla sopravvivenza delle immagini studiata da Aby Warburg: le figure antiche non scompaiono, ma riemergono trasformate. In altri passaggi, però, l’idea resta soprattutto decorativa. Il Viandante cambia la conchiglia del pellegrino con l’abito pontificio, Mime indossa un saio francescano, l’Uccello della foresta richiama un angelo di Beato Angelico ed Erda appare come una figura ispirata a Botticelli.


Scale e monumenti

Pierre Yovanovitch ha firmato una scenografia dominata da grandi rampe e da strutture verticali. Nei diversi atti mutano il portale, il passaggio stretto e la piramide, mentre della foresta wagneriana rimane soprattutto l’idea sonora, affidata ai mormorii dell’orchestra.

A Roma la Tetralogia mancava dalle scene dal 1961. Il progetto di Harding e Huguet proseguirà fino al 2028, quando il ciclo dovrebbe concludersi con il ritorno al Rheingold, dopo il passaggio dal mondo antico alla Roma dei papi e al Ventennio.

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