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Attualità 3 min di lettura20 ott

Rocky prima di Rocky: il sogno che conquista Roma

Il film di Peter Farrelly racconta la ostinazione di Sylvester Stallone prima del successo, mentre il documentario Closure segue una famiglia alla ricerca di un figlio scomparso.

Il pubblico della 21ª Festa del Cinema di Roma ha accolto con applausi I Play Rocky, film diretto da Peter Farrelly e dedicato alla nascita del personaggio che ha trasformato Sylvester Stallone in un’icona. L’opera, presentata nella sezione Grand Public dopo il passaggio al Festival di Toronto, arriverà nelle sale italiane il 31 dicembre con il titolo Rocky sono io.

La storia guarda al momento in cui il successo era ancora soltanto una possibilità: Stallone, allora in difficoltà economiche e in attesa del primo figlio con la moglie Sasha, si trovò davanti alla scelta tra vendere la sceneggiatura e difendere il proprio diritto a interpretarla. È proprio questa ostinazione, più ancora dell’ascesa sportiva di Rocky, a dare forma al racconto.

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Stallone, il rifiuto che cambiò tutto

La sceneggiatura di Peter Gamble, sviluppata con il contributo dello stesso Stallone, ricostruisce la sfida personale dell’attore con un tono leggero e una sensibilità vicina a quella del film originale. Farrelly, questa volta senza il fratello Bobby, sceglie però una commedia umana e sociale, distante dalla drammaticità epica dell’opera del 1976.

Il titolo internazionale del film richiama la frase “Io recito Rocky”, sintesi della decisione con cui Stallone respinse proposte economiche molto vantaggiose pur di non separarsi dal suo copione. Quel diniego, compiuto mentre la coppia affrontava la povertà, finì per diventare il passaggio decisivo verso la fama.

Anthony Ippolito interpreta Stallone con una somiglianza fisica notevole e restituisce anche la determinazione del giovane attore. La sua prova viene indicata tra quelle che potrebbero attirare l’attenzione dell’Academy nella stagione dei premi, anche se il percorso verso gli Oscar appartiene ancora al futuro.


Una favola che parla al presente

Con ritmo sostenuto e una comicità diversa da quella del Rocky cinematografico, il film mette al centro il percorso accidentato necessario per realizzare un’opera con risorse limitate. Il lieto fine è noto, ma non indebolisce la tensione: l’interesse nasce dal modo in cui il protagonista affronta una Hollywood poco disponibile ad accogliere sogni irregolari e progetti fuori dagli schemi.

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La vicenda diventa così anche una riflessione sulle difficoltà sociali, sulla durezza dell’industria dello spettacolo e sulla capacità di chi insiste di trasformare un rifiuto in un’occasione. Il legame con il mito viene mantenuto senza celebrazioni enfatiche, mentre la dedica pronunciata da Stallone agli Oscar del 1977 conserva il proprio significato: “A tutti i Rocky del mondo, vi amo!”.

Tra i film presentati alla manifestazione romana, I Play Rocky viene considerato, insieme a Elsinore e in attesa di The Debut, un possibile candidato alla stagione dei riconoscimenti. Il film celebra i cinquant’anni della pellicola originale, premiata con tre Oscar, ma preferisce concentrarsi sull’uomo che precedette il mito.


Closure trasforma l’attesa in dolore

Nella sezione Progressive Cinema, il documentario polacco Closure di Michal Marczak segue invece la ricerca di Krzysztof “Chris” Dymiński, sedicenne probabilmente scomparso nelle acque della Vistola. Il caso ha scosso la Polonia e il regista ha accompagnato con la macchina da presa i giorni successivi alla sparizione.

Il padre esplora ogni possibilità per setacciare il fiume, mentre la madre continua ad aspettare il ritorno del figlio ogni sera. La loro vicenda resta sospesa tra speranza e disperazione e, senza offrire risposte definitive, si allarga fino a diventare una meditazione sul lutto e sull’assenza.

Il documentario assume gradualmente il tono di un’elegia familiare. La ricerca di Chris non viene raccontata soltanto come una cronaca, ma come il tentativo ostinato di restare legati a una persona della quale non si conosce ancora il destino.

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