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Attualità 3 min di lettura6 min fa

Rigopiano, la Cassazione riapre il caso: il nodo delle responsabilità

La Procura generale di Perugia contesta tre aspetti della sentenza sul disastro e anche una legale delle parti civili chiede un nuovo esame della vicenda.

A quasi dieci anni dalla valanga che distrusse l’hotel Rigopiano e provocò 29 morti, la vicenda giudiziaria torna davanti alla Corte di Cassazione. La Procura generale di Perugia ha impugnato la decisione emessa nel secondo giudizio d’appello, mentre una legale delle parti civili ha presentato un’ulteriore iniziativa per proteggere gli interessi di una sopravvissuta.

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La Procura riapre tre questioni

L’atto firmato dal procuratore generale Sergio Sottani si sviluppa in 21 pagine e mette in discussione tre profili. Il primo riguarda l’assoluzione di Ilario Lacchetta, all’epoca sindaco di Farindola; il secondo coinvolge Enrico Colangeli, che lavorava nell’area tecnica del Comune; il terzo concerne il computo della prescrizione per tutti gli imputati.

Secondo la Procura, Lacchetta avrebbe conservato specifici doveri di tutela della popolazione anche in mancanza della carta dedicata all’individuazione delle zone esposte alle valanghe. La sua responsabilità, sostiene l’impugnazione, deriverebbe dal ruolo di autorità chiamata a proteggere l’incolumità pubblica e ad adottare eventuali misure preventive.

Una tesi simile viene proposta per Colangeli. Per il procuratore generale, i compiti del tecnico trovavano fondamento nella disciplina sugli enti locali e nelle norme regionali. Tra le sue funzioni ci sarebbe stata anche la presenza nell’organismo comunale incaricato di valutare il pericolo valanghe.


Il nodo dei termini di prescrizione

Il ricorso chiede inoltre una lettura dell’articolo 157 del codice penale coerente con i principi costituzionali. L’obiettivo è applicare il raddoppio dei termini non soltanto al disastro colposo, come accade oggi, ma anche all’omicidio colposo plurimo.

La questione riguarda l’intero gruppo degli imputati e potrebbe incidere sull’esito processuale. Sarà ora la Cassazione a stabilire se le contestazioni della Procura generale siano fondate e se il quadro normativo debba essere interpretato nel senso indicato nell’atto.

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La sentenza contestata dalle parti civili

La pronuncia d’appello aveva prodotto tre condanne, cinque assoluzioni e due dichiarazioni di prescrizione. Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci, già dirigenti regionali, erano stati condannati a due anni per disastro colposo.

Lacchetta, che aveva scelto di non avvalersi della prescrizione, era stato assolto insieme a Colangeli e ai dirigenti regionali Carlo Giovani, Emidio Primavera e Sabatino Belmaggio, con la formula secondo cui il fatto non costituiva reato. Per Mauro Di Blasio e Paolo D’Incecco, già responsabili provinciali, il procedimento si era invece chiuso perché i termini erano scaduti.


La richiesta di giustizia dei sopravvissuti

Anche l’avvocata Wania Della Vigna ha chiesto un nuovo intervento della Suprema Corte, limitando però la propria impugnazione alle conseguenze civili della sentenza. La professionista assiste alcune parti civili e agisce anche nell’interesse di Giorgia Galassi, una delle persone scampate alla valanga dopo essere rimasta per molte ore sepolta nella neve.

Della Vigna ha accolto positivamente l’iniziativa della Procura generale e ha sottolineato che il caso non può essere archiviato senza un ulteriore accertamento. «Tocca ora agli Ermellini, attraverso il vaglio del giudizio di legittimità, rimettere in gioco la questione e tracciare con fermezza gli aspetti salienti del diritto», ha dichiarato.

La tragedia si consumò il 18 gennaio 2017 a Farindola, nel Pescarese. L’albergo venne travolto dalla massa di neve e 29 persone, tra clienti e lavoratori, persero la vita; undici riuscirono invece a salvarsi. La valutazione dei ricorsi spetterà adesso alla Cassazione.

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