Renzi sfida Conte: il vero rischio non è solo Meloni
Dalla Leopolda arriva un sostegno condizionato al centrosinistra, ma restano irrisolti i nodi sull’Ucraina, sull’Europa e sull’eredità del riformismo.
Matteo Renzi ha provato a spostare il baricentro del confronto politico: prima fermare Giorgia Meloni, poi decidere con chi e su quali basi governare. Un messaggio efficace nella sua semplicità, ma attraversato da una contraddizione evidente: chiedere di sostenere il centrosinistra senza offrire a Giuseppe Conte la certezza di un appoggio disciplinato dopo le elezioni.
L’ex presidente del Consiglio ha evocato il rischio che una vittoria di Meloni possa accompagnarla fino al Quirinale e modificare gli equilibri istituzionali senza una revisione formale della Costituzione. La sua strategia, però, assomiglia più a un richiamo seducente e ambiguo che a una rotta definita: il ritorno a Itaca, celebrato dalla Leopolda, resta sullo sfondo mentre prevale il canto delle sirene.
Renzi mette Conte davanti alle sue scelte
A differenza di quanto auspicato da Conte, Renzi non ha promesso a Elly Schlein che, dopo il voto, Italia Viva resterà accodata al progetto del cosiddetto Campo Largo. La disponibilità a battere Meloni non si traduce dunque in una rinuncia preventiva alla competizione interna né alla possibilità di riaprire la partita politica una volta chiuse le urne.
Il messaggio è rivolto soprattutto agli elettori che ricordano il Renzi riformista e liberale e che hanno guardato con perplessità alla sua vicinanza al populismo e alla sinistra radicale. La prospettiva di un’intesa elettorale viene così accompagnata da una riserva precisa: dopo l’eventuale sconfitta della destra, nulla sarebbe già deciso.
Nella parte conclusiva dell’incontro, Renzi ha inoltre chiesto a Conte alcune garanzie. In particolare, ha domandato che non vengano riproposti Matteo Salvini al ministero dell’Interno e Giancarlo Giorgetti alla guida dell’economia, come accadde durante il precedente governo sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega. Ha aggiunto anche la richiesta di non ricostruire un rapporto politico con Donald Trump.
Il precedente gialloverde torna nell’arena
Secondo Renzi, un risultato elettorale senza vincitori netti potrebbe riaprire la strada a un’intesa tra Movimento 5 Stelle e Lega. Le due forze, pur diverse per storia e linguaggio, vengono descritte come vicine su Russia, sicurezza, populismo economico e rapporti con Trump, con possibili convergenze anche rispetto alle posizioni di Roberto Vannacci.
In questo modo il leader di Italia Viva ha rovesciato la richiesta di garanzie formulata da Conte. Non sarebbe soltanto Renzi a dover dimostrare di non ostacolare il progetto progressista: anche Conte dovrebbe chiarire quanto sia autentica la sua recente identità di leader riformatore e progressista.
Il punto, però, rimane irrisolto: non è scontato che un governo guidato da Conte rappresenti per le istituzioni, per le battaglie riformiste e per la qualità democratica un pericolo minore rispetto a un esecutivo guidato da Meloni. Da qui la preferenza espressa per un’area europeista e liberale, la stessa prospettiva che Renzi aveva sostenuto in occasione delle precedenti elezioni.
Sull’Ucraina la proposta resta vaga
Il passaggio più debole dell’intervento, secondo questa valutazione, riguarda la guerra in Ucraina. Renzi ha confermato il sostegno a Kyjiv, compreso l’invio di armi e la costruzione di una difesa comune europea, ma ha poi invitato a superare gli slogan e a puntare sulla diplomazia.
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Il problema è che quella parola non è stata accompagnata da una proposta concreta. La Russia continua a presentare come unica soluzione negoziale il raggiungimento degli obiettivi militari e la cancellazione dell’Ucraina come Stato sovrano; per questo, un richiamo generico alla trattativa rischia di non distinguersi né dal pacifismo filorusso né dal semplice auspicio di una pace senza condizioni.
Renzi conosce il precedente del 2014, quando Mosca occupò la Crimea e parti del Donbas. All’epoca, durante il suo governo, l’Europa tentò una mediazione che comprendeva anche l’ipotesi di attribuire al Donbas uno status paragonabile a quello dell’Alto Adige. Quella linea non impedì l’annessione della Crimea né l’ulteriore consolidamento della presenza russa nei territori occupati.
Dal 2022, inoltre, diversi tentativi diplomatici sono falliti: dalle iniziative di Emmanuel Macron alle concessioni prospettate al Cremlino, fino alle iniziative di Donald Trump, respinte da Vladimir Putin nonostante fossero considerate favorevoli a Mosca. In questo quadro, invocare la diplomazia senza definirne strumenti e obiettivi appare più come una formula che come una politica.
Il centrosinistra ha perso il suo centro
L’area riformista avrebbe potuto reagire al risultato deludente ottenuto alle elezioni europee di due anni fa, segnate dalle divisioni tra le forze che si richiamavano a Mario Draghi. L’obiettivo avrebbe potuto essere la costruzione di una componente forte dentro il centrosinistra, capace di contendere l’egemonia ai settori populisti, giustizialisti e filorussi.
È accaduto invece il contrario. Il Partito Democratico si è avvicinato alle posizioni di Conte sull’Ucraina e sulla difesa europea, oltre a sostenere battaglie referendarie sul lavoro e sulla giustizia considerate, da questa lettura, un arretramento rispetto alla tradizione riformista. Alcuni dirigenti hanno lasciato il partito, mentre altri potrebbero farlo se comparisse un’alternativa più solida.
Anche sul piano europeo il partito guidato da Schlein si sarebbe allontanato dalle posizioni prevalenti tra socialisti e democratici. Vincenzo De Luca, infine, non sembra poter rappresentare il nuovo punto di riferimento del riformismo: le sue dichiarazioni sull’Ucraina vengono giudicate persino più radicali di quelle pronunciate da Conte, Salvini e Vannacci.
L’intervento della Leopolda è stato quindi una prova di abilità politica: Renzi ha indicato Meloni come il pericolo prioritario, ma ha evitato di consegnarsi senza condizioni al centrosinistra. Proprio questa ambivalenza rende il suo appello persuasivo per alcuni e insufficiente per altri: più che la certezza di un approdo, evoca il fascino e il rischio del canto delle sirene.
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