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Rapporto Ipcc, il rinvio che conviene a chi prende tempo sul clima

Arabia Saudita, Russia, Cina e India spingono per posticipare al 2029 il nuovo documento dell’Ipcc, ma le conoscenze disponibili impongono già scelte rapide.

Il rinvio di un rapporto scientifico non ferma il riscaldamento globale: allunga soltanto il tempo a disposizione di chi non vuole affrontarne le conseguenze. È questo il nodo politico legato al settimo documento dell’Ipcc, la cui pubblicazione potrebbe slittare dal 2028 al 2029.

Tra i Paesi che sostengono il posticipo figurano Arabia Saudita, Russia, Cina e India. La motivazione dichiarata è la necessità di garantire una presenza più ampia degli studiosi dei Paesi in via di sviluppo, anche in vista della Cop33. Tuttavia, il ritardo finirebbe per spostare più avanti la disponibilità di informazioni utili ai negoziati internazionali.

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Scade domani
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Il tempo perso ricade sui più vulnerabili

Le conseguenze del cambiamento climatico sono già osservabili. Le concentrazioni dei principali gas serra continuano a crescere, le temperature aumentano, i ghiacci arretrano e in molte aree gli eventi estremi diventano più frequenti oppure più intensi. Nel frattempo l’oceano assorbe una parte rilevante del calore in eccesso, modificando la circolazione marina, la distribuzione delle specie e l’equilibrio degli ecosistemi.

Rimandare le decisioni rende più difficile limitare il riscaldamento e accresce il costo degli interventi. A pagare maggiormente non sono necessariamente le persone che hanno contribuito di più alle emissioni, ma quelle che dispongono di meno risorse per proteggersi: chi vive in abitazioni inadatte alle ondate di calore, perde i raccolti durante la siccità o abita in zone esposte alle alluvioni.


La ricerca non si decide per votazione

Le comunità scientifiche dei Paesi più ricchi svolgono una parte consistente degli studi sul clima perché dispongono di università, laboratori, satelliti, reti di osservazione, supercomputer e finanziamenti costruiti attraverso decenni di investimenti. La minore presenza dei ricercatori dei Paesi più poveri non dipende da una loro inferiorità, ma dalla scarsità di strumenti e risorse.

Chiedere una partecipazione più ampia è legittimo, ma trasformare questo obiettivo in una ragione per posticipare risultati già elaborati rischia di diventare una strategia dilatoria. La scienza non stabilisce le proprie conclusioni in base al peso politico dei governi: formula ipotesi, le confronta con le osservazioni e le modifica quando i dati le smentiscono. Pur restando provvisoria, la conoscenza accumulata è sufficiente per capire la direzione degli effetti delle attività umane.

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Il nuovo rapporto non è un alibi

I documenti precedenti dell’Ipcc hanno già mostrato che è necessario cambiare rotta. Il prossimo rapporto servirà a misurare l’aggravamento della situazione, verificare quali proiezioni si sono rivelate corrette, aggiornare quelle da rivedere e indicare quali margini d’azione restano disponibili. Non è dunque indispensabile attendere il nuovo testo per cominciare a intervenire.

La questione riguarda anche il modo in cui viene concepito il rapporto tra economia e ambiente. Non sono i processi economici a esistere indipendentemente dal sistema naturale: sono le attività umane a dipendere dalle condizioni ecologiche che rendono possibile la vita. Ogni rinvio aumenta le emissioni accumulate nell’atmosfera e rende più onerose soluzioni che oggi sarebbero ancora praticabili.

La responsabilità delle scelte spetta alla politica, non alla scienza. Agli studiosi compete fornire gli strumenti per comprendere le conseguenze delle diverse opzioni; ai governi assumere decisioni trasparenti davanti ai cittadini. Attribuire alla mancanza di nuove conoscenze l’assenza di interventi significa sottrarsi a quella responsabilità.

Inoltre, l’idea di difendere i Paesi più poveri attraverso un rinvio appare contraddittoria: proprio le popolazioni di quelle aree subiscono spesso gli impatti più pesanti e dispongono di minori mezzi per reagire. La partecipazione alla ricerca va rafforzata, ma senza sacrificare il diritto a condizioni ambientali accettabili. Più a lungo si attende, più si restringono le possibilità di agire e più aumentano i costi sociali ed economici.

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