Quando cade l’albero, il film smette di nascondere la realtà
L’opera di Alejandro González Iñárritu divide per i suoi eccessi, ma usa la scenografia per coinvolgere anche il pubblico nella crisi dei combustibili fossili.
Il momento decisivo di Digger arriva quando un albero crolla e, insieme al tronco, cade anche l’illusione costruita dal film. Fino a quel punto sembra di assistere a una storia ambientata in un mondo reale; subito dopo compaiono il tecnico, l’asta che regge l’aereo e le nuvole di scena. La catastrofe ambientale diventa così un dispositivo teatrale, ma proprio questo artificio finisce per renderla più concreta.
La scelta di Alejandro González Iñárritu ha spaccato la critica. Per alcuni il film è sopra le righe e di cattivo gusto, mentre altri vi riconoscono una prova ambiziosa, sostenuta dalle interpretazioni e da un’idea precisa: l’assurdità non appartiene soltanto alla finzione, perché spesso la realtà ha già oltrepassato i limiti della farsa.
La scenografia diventa una rivelazione
Per una parte consistente del racconto, Digger costruisce davanti agli spettatori un paesaggio credibile: un velivolo, il cielo, il mare e la vegetazione sembrano appartenere allo stesso ambiente. Quando la scenografia viene smontata sotto i nostri occhi, quella certezza si spezza. Lo spettacolo si chiama “Fossil Fools”, un gioco di parole che trasforma i combustibili fossili nei “folli dei combustibili fossili”: non soltanto chi li produce, ma anche chi li utilizza.
Se il trucco fosse stato svelato subito, l’effetto sarebbe stato molto diverso. Iñárritu prima invita il pubblico ad accettare la rappresentazione come vera e soltanto in seguito ne espone i sostegni nascosti. L’aereo sorretto da un’asta e il tecnico impegnato a sistemare il fondale non allontanano dalla realtà: mostrano quanto ciò che definiamo normale dipenda da una costruzione precisa.
Rockwell non è l’unico responsabile
Digger Rockwell, interpretato da un Tom Cruise irriconoscibile, è un magnate texano del petrolio, arrogante e volgare, convinto che il mondo debba adattarsi ai suoi interessi. Anche il nome richiama l’idea dello scavo e quella di Rockefeller. John Goodman, invece, presta il volto a un presidente che ricorda Donald Trump: mentre il pianeta precipita verso il disastro, la sua attenzione resta concentrata sulla malattia e sul proprio corpo.
Il film porta all’estremo atteggiamenti che, secondo l’interpretazione proposta, hanno già una base reale. Le espressioni del personaggio presidenziale e le immagini grottesche che circolano nella politica contemporanea rendono meno semplice accusare Iñárritu di non conoscere la misura. La domanda diventa un’altra: la finzione è davvero più assurda di ciò a cui assistiamo ogni giorno?
Rockwell, tuttavia, non resta confinato nel ruolo del cattivo assoluto. Davanti all’assemblea europea sostiene che chi critica il petrolio continua a volere automobili, voli, merci consegnate da lontano, riscaldamento, aria condizionata e disponibilità costante di energia. Il petroliere usa una parte di verità per sottrarsi alle proprie responsabilità: vende ciò che il pubblico continua a chiedere.
Il pubblico entra nella storia
Questo è il passaggio più scomodo dell’opera. Il sistema fondato sui combustibili fossili nasce dall’incontro tra chi trae enormi profitti dalla produzione e chi considera irrinunciabile il modello di vita reso possibile da quell’energia. Il rapporto non è equilibrato, ma la sua natura diseguale non cancella il coinvolgimento di entrambe le parti.
Pensare che la crisi dipenda esclusivamente da pochi responsabili permette di sentirsi innocenti. Digger rifiuta questa semplificazione e sposta il problema verso gli spettatori. Non siamo più davanti a una vicenda che riguarda solo petrolieri, presidenti, militari, scienziati o politici incapaci di decidere: la rappresentazione comincia a chiamare in causa anche chi la sta guardando.
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Il gatto di Rockwell rende visibile la stessa contraddizione su scala privata. Il personaggio gli riserva un affetto sproporzionato mentre il mondo attorno a lui si disgrega, come se gli affetti personali e le comodità quotidiane potessero restare separati dai problemi planetari. Anche il presidente, pur esercitando un potere capace di condizionare milioni di persone, rimane bloccato nella paura della propria mortalità.
Una normalità costruita nel tempo
Il passaggio dal cinema al teatro allarga il significato della storia. Automobili, aeroplani, scambi commerciali globali, climatizzazione, riscaldamento e crescita continua vengono trattati come caratteristiche spontanee della modernità. In realtà sono il risultato di un percorso storico fondato, in larga misura, sull’impiego intensivo dell’energia fossile.
Come il paesaggio che Rockwell osserva prima della rivelazione, anche questo ordine economico sembra naturale finché nessuno ne mostra i sostegni. Quando la struttura appare, diventa più facile capire che potrebbe essere diversa, anche se il desiderio di abbandonarla non è affatto scontato. Il potere, suggerisce il film, non deve creare da zero i nostri bisogni: può limitarsi a individuarli e a organizzare attorno a essi un sistema difficile da lasciare.
L’Europa non offre una via d’uscita rassicurante. L’assemblea chiamata a rappresentare una risposta comune alla crisi si trasforma in una folla rumorosa, fino allo scontro fisico. L’esagerazione serve a impedire allo spettatore di considerare il problema esclusivamente americano: anche chi denuncia il disastro continua a difendere, in molti casi, le condizioni che lo alimentano.
La bugia che rivela il vero
Digger non costruisce semplicemente un atto d’accusa contro il petrolio. Il suo bersaglio più ampio è il modo in cui una società trasforma una scelta storica in qualcosa di apparentemente inevitabile, per poi non riuscire più a immaginare alternative. I combustibili fossili rappresentano il caso concreto di un meccanismo che può riguardare molti altri aspetti della vita collettiva.
Quando l’albero cade, il film mostra i fili che sostengono il suo mondo. Eppure la scoperta dell’artificio non cancella ciò che abbiamo visto: al contrario, ci fa comprendere quanto quella costruzione fosse credibile e quanto continui a influenzarci. La domanda lasciata da Iñárritu riguarda allora ciò che accade fuori dalla sala: quali elementi della nostra normalità sembrano naturali soltanto perché abbiamo smesso di guardarne l’impalcatura?
Resta, infine, il riferimento a Frank Zappa, riconoscibile secondo il testo in diversi momenti dell’opera, da “It Can’t Happen Here” a “When the Lie’s So Big”. È un’ulteriore traccia di un film che sceglie di accumulare allusioni, eccessi e smascheramenti invece di offrire una comoda spiegazione unica.
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