Proteste e violenze: il bersaglio facile dei benpensanti
Condannare i saccheggi è doveroso, ma usare le azioni di pochi per cancellare le ragioni di una mobilitazione significa evitare il problema centrale.
Condannare la devastazione di un negozio o l’aggressione alle forze dell’ordine non dovrebbe essere difficile. Il punto, però, è capire se gli episodi compiuti da gruppi violenti possano diventare il pretesto per liquidare un’intera protesta e ignorare le domande che l’hanno fatta nascere. È questa, secondo Riccardo Bellardini, la scorciatoia scelta dai cosiddetti benpensanti.
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La violenza non cancella le domande
Le grandi manifestazioni giovanili, iniziate in Francia e poi arrivate anche in Italia, hanno finito per essere raccontate soprattutto attraverso le immagini di barricate, incendi e scontri. A Milano, in particolare, gli episodi di guerriglia hanno conquistato il centro della scena, mettendo in ombra la mobilitazione pacifica e le sue rivendicazioni.
L’autore non nega il danno provocato dai vandali né pretende di giustificare chi saccheggia un esercizio commerciale o attacca gli agenti. Al contrario, riconosce che quelle azioni suscitano orrore. La sua critica riguarda il passaggio successivo: trasformare le responsabilità di alcune frange in una condanna indistinta di tutti i manifestanti, compresi gli studenti e i genitori che ne sostengono le battaglie.
Il doppio metro dell’indignazione
Nel testo viene contestato anche il diverso peso attribuito alle violenze di strada e a quelle compiute o tollerate dalle istituzioni. Secondo questa lettura, una parte dell’opinione pubblica considera intollerabili le vetrine infrante, mentre accetta con maggiore rassegnazione guerre, bombardamenti, droni e una retorica internazionale sempre più aggressiva.
Il riferimento a George Orwell e a “1984” serve a descrivere un rovesciamento dei significati: ciò che viene presentato come ordine e rispettabilità può nascondere forme di brutalità ben più estese. L’autore sostiene che il linguaggio ufficiale, fatto di promesse e formule ripetute, finisca così per apparire più rassicurante delle immagini delle proteste, anche quando quelle parole accompagnano decisioni che mettono a rischio la vita umana.
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La protesta resta nel mirino
La polemica si sposta quindi sui governi e sulle istituzioni occidentali, accusati di occuparsi quasi esclusivamente delle frange violente. In questo modo, afferma Bellardini, la politica può evitare di confrontarsi con le istanze provenienti dalla piazza e presentarsi come garante dell’ordine senza rispondere alle ragioni del dissenso.
Nel mirino finiscono anche l’Unione Europea e le scelte internazionali dei suoi governi. L’autore le descrive come orientate verso il conflitto e sempre meno disponibili alla diplomazia, arrivando a criticare il sostegno a Paesi e governi considerati responsabili di crimini di guerra. Si tratta di una denuncia politica: l’indignazione, sostiene, dovrebbe riguardare tanto la violenza dei cortei quanto quella normalizzata nelle relazioni internazionali.
La scorciatoia dei benpensanti
La conclusione è netta: condannare i vandali è necessario, ma fermarsi a quella condanna rappresenta una soluzione comoda. Permette di isolare le immagini più impopolari della protesta e di evitare il confronto con una voce che, soprattutto attraverso studenti e famiglie, prova a farsi spazio dal basso.
Per l’autore, la distinzione decisiva è tra chi esercita violenza e chi manifesta pacificamente. Confondere i due piani significa seppellire le rivendicazioni di un movimento sotto l’etichetta dell’illegalità, lasciando intatto il sistema di parole, alleanze e decisioni che la protesta intende mettere in discussione.
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