Profumo propone un Piano Italia per la conoscenza
Vent’anni di investimenti in scuola, ricerca e lavoro qualificato per affrontare denatalità, invecchiamento e debito
Profumo propone un Piano Italia della conoscenza con un orizzonte ventennale, per sostenere crescita e coesione in un Paese che invecchia.
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Risorse e risultati da misurare
Il progetto dovrebbe concentrare i finanziamenti su apprendimento, ricerca, produttività e occupazione qualificata. Per sostenerlo, secondo Profumo, occorrerebbe rivedere gli incentivi meno efficaci e orientare meglio la spesa pubblica.
Anche i Comuni potrebbero contribuire avvicinando università e imprese, attirando personale qualificato e garantendo servizi e abitazioni a costi accessibili. Il rendimento del piano andrebbe verificato con obiettivi concreti e controlli periodici: vent’anni corrispondono al percorso di una generazione, ma le decisioni economiche andrebbero prese già oggi.
Dalla ricerca alle imprese
Il passaggio dalle scoperte ai prodotti richiede laboratori comuni, sperimentazioni e un rapporto continuo tra studiosi e aziende. Un nuovo materiale, per esempio, diventa opportunità industriale soltanto dopo test, prototipi e una produzione sostenibile; così può tradursi in occupazione e nuovi mercati.
Le Pmi dovrebbero poter accedere a strutture e competenze capaci di trasformare i risultati scientifici in soluzioni utilizzabili. Anche i capitali andrebbero distribuiti in base alle fasi: prima risorse per verificare un’idea e avviare una startup, poi finanziamenti più ampi e pazienti per crescere, assumere personale e vendere all’estero.
La ricerca avrebbe bisogno di continuità, autonomia e libertà di esplorare anche quando non esiste un’applicazione immediata. Sul piano europeo, l’Italia dovrebbe collegare atenei ed enti nazionali alle grandi infrastrutture comuni e contribuire ai progetti su energia, biotecnologie e nuovi materiali. La proposta di un Cern europeo dell’intelligenza artificiale, sostenuta da Giorgio Parisi, indica la possibilità di unire risorse, laboratori e ricercatori oltre i confini nazionali.
Scuola e formazione continua
Il piano dovrebbe partire dalla fascia tra zero e sei anni, con nidi e scuole dell’infanzia accessibili e personale preparato. L’esperienza di Reggio Emilia e il lavoro di Loris Malaguzzi sui diversi linguaggi infantili vengono indicati come riferimenti per sviluppare curiosità, immaginazione e capacità, riducendo già nei primi anni le disuguaglianze.
Con un numero minore di bambini, la qualità dell’istruzione destinata a ciascuno acquista un peso maggiore. La scuola dovrebbe quindi rafforzare una didattica fondata su domande, argomentazione, prove e controllo delle risposte, mantenendo le conoscenze disciplinari come base.
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L’intelligenza artificiale aumenta la disponibilità di risposte e rende più preziosa la capacità di formulare quesiti corretti e valutarne l’affidabilità. Per questo servono insegnanti preparati: i sistemi automatici possono elaborare informazioni, mentre il docente ne interpreta il significato e costruisce la relazione educativa.
Università e Its Academy dovrebbero preparare a percorsi professionali segnati da cambiamenti frequenti, unendo competenze scientifiche, digitali, culturali e progettuali. Il rapporto con le imprese dovrebbe anticipare le trasformazioni senza ridurre la formazione alle necessità immediate: percorsi flessibili, certificazione delle competenze e tempo per aggiornarsi renderebbero concreto un Welfare Educativo Permanente.
Un patto oltre i governi
La proposta nasce dal rapporto «Le leve per la crescita», curato da Roberto Garofoli su impulso dell’Anci. Il documento parte dal problema di come produrre sviluppo con meno giovani, un’età media più alta e margini di bilancio ridotti dal debito.
La risposta indicata da Profumo è un collegamento stabile tra educazione, ricerca e innovazione, così da formare persone, generare conoscenza e trasferirla in lavoro qualificato. Il Piano Italia della conoscenza dovrebbe coinvolgere istituzioni, parti sociali, atenei e fondazioni, con risorse durature, impegni verificabili e una durata capace di superare l’alternanza politica.
Il modello richiamato è quello del Piano Ina-Casa promosso da Fanfani negli anni 50-60, quando Stato, datori di lavoro e lavoratori contribuirono a un obiettivo comune. Oggi l’alleanza dovrebbe concentrarsi sulle persone e includere anche un welfare capace di prevenire le nuove fragilità.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’istruzione permanente dovrebbe accompagnare la protezione sociale e rafforzare l’autonomia prima che competenze non aggiornate producano esclusione. L’apprendimento, nella proposta, deve diventare un diritto lungo tutto l’arco della vita.
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