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Attualità 4 min di lettura12 ott

Prezzi, salari e debito: i tre rischi che frenano l’Italia

Le audizioni sul quadro dei conti pubblici segnalano nuove tensioni per famiglie, imprese e Stato, tra inflazione energetica, retribuzioni in ritardo e debito in aumento.

Le prospettive economiche italiane restano appese a diversi fattori esterni: instabilità geopolitica, costi dell’energia, commercio internazionale e possibile peggioramento dei mercati finanziari. L’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio indica rischi complessivamente orientati al ribasso nel medio periodo, mentre la conclusione del Pnrr aggiunge un’incognita sul fronte degli investimenti.

Secondo la presidente dell’Upb Lilia Cavallari, “le prospettive sono esposte a rischi bilaterali, complessivamente orientati al ribasso nel medio termine”. Tra i possibili sostegni vengono indicati l’incremento della spesa europea per la difesa e lo sviluppo delle attività legate all’intelligenza artificiale. Restano però le vulnerabilità connesse al clima, all’ambiente e alla stabilità finanziaria dei Paesi più indebitati.

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Investimenti decisivi per la crescita

Andrea Brandolini, capo del dipartimento Economia e statistica di Banca d’Italia, ha sottolineato che l’economia nazionale ha resistito meglio del previsto nonostante uno scenario globale instabile. A suo giudizio, la qualità delle uscite pubbliche sarà determinante per rafforzare la produttività.

“È importante mantenere l’attenzione alla composizione della spesa pubblica”, ha affermato Brandolini. Le risorse destinate a difesa, energia e sostegno all’economia potranno produrre risultati maggiori se indirizzate verso investimenti e progetti con rendimenti elevati, anziché verso spese correnti, soprattutto quando si tratta di iniziative difficilmente realizzabili dai privati per costi o rischi troppo alti.

L’Upb segnala inoltre che le tensioni sui mercati energetici e le restrizioni commerciali possono scoraggiare gli investimenti. Un eventuale deterioramento rapido delle condizioni finanziarie internazionali avrebbe conseguenze più pesanti sui titoli sovrani dei Paesi con un maggiore carico di debito.


L’inflazione torna a colpire i redditi

Il nodo più immediato per le famiglie riguarda il rapporto tra prezzi e stipendi. Dopo una fase di rallentamento, l’inflazione ha ripreso velocità da agosto, soprattutto a causa dell’energia, e l’Istat avverte che la crescita delle retribuzioni non sta più compensando l’aumento del costo della vita.

Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha spiegato che “l’attuale fase di risalita dell’inflazione richiede particolare attenzione sul fronte delle dinamiche retributive”. In base agli accordi firmati fino ad agosto, e ipotizzando l’assenza di nuovi rinnovi entro dicembre, nel 2026 gli stipendi contrattuali crescerebbero in media del 2,5%, contro un’inflazione acquisita Ipca pari al 3% a settembre.

Il divario si riflette sul potere d’acquisto. Tra il primo trimestre del 2021 e il secondo trimestre del 2026, le retribuzioni reali contrattuali sono diminuite del 9,4%, mentre quelle effettive hanno perso il 9,3%. Le riduzioni risultano pari al 6,8% nell’industria, all’11,2% nei servizi privati e al 10,2% nella pubblica amministrazione.

Anche i bilanci familiari mostrano segnali di pressione. Nel secondo trimestre del 2026 il reddito disponibile è salito dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti, ma i consumi sono aumentati dell’1,7%; considerando un incremento dell’1,4% del deflatore dei consumi, il potere d’acquisto è sceso dello 0,9%. La quota di reddito destinata al risparmio è diminuita di 1,2 punti, fino al 6,7%, mentre a settembre la fiducia dei consumatori è passata da 94,5 a 91,2.

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Energia e debito sotto osservazione

Il rincaro delle materie prime amplifica il problema. Nei primi giorni di ottobre il Brent si è mosso vicino ai 100 dollari al barile, dopo la precedente discesa collegata alla riapertura delle rotte commerciali nello Stretto di Hormuz. Anche il gas ha registrato aumenti consecutivi: 10% a luglio, 10,7% ad agosto e 15,3% a settembre.

L’Istat invita quindi a seguire con attenzione le ricadute sui conti di famiglie e aziende. Per la Corte dei conti, alle maggiori spese per energia e difesa si aggiungono gli effetti finanziari del Superbonus: il risultato è un rinvio della riduzione del debito pubblico.

Le stime dello scenario programmatico indicano un rapporto debito-Pil al 138,1% nel 2026 e al 138,5% nel 2027. La discesa arriverebbe soltanto in seguito, al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029. Una mancata riduzione potrebbe aumentare la pressione sul mercato dei titoli di Stato e rendere più restrittive le future scelte di bilancio.


Manovra ancora da quantificare

Il quadro è emerso durante le audizioni sul Documento programmatico di finanza pubblica davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Il Documento programmatico di bilancio, atteso per martedì, dovrà fornire indicazioni più precise sul costo delle misure destinate a entrare nella manovra.

La Corte dei conti ha contestato nuovamente la scarsa definizione degli interventi futuri, soprattutto per quanto riguarda le politiche dei singoli settori. Secondo i magistrati contabili, manca anche una quantificazione completa dell’impatto finanziario delle misure previste, nonostante fosse stata richiesta da una risoluzione parlamentare.

Un altro intervento riguarda le agevolazioni fiscali. Nel rapporto 2025 ne risultano 573, appena due in meno rispetto all’edizione precedente: trenta misure sono state eliminate, ma le nuove introdotte tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 hanno mantenuto molto elevato il numero complessivo.

Per la Corte, una revisione delle spese fiscali potrebbe destinare risorse alle priorità e contribuire ad alleggerire il prelievo, in particolare per i contribuenti che sostengono la quota maggiore del carico fiscale. Sullo sfondo restano dunque due esigenze: sostenere la crescita senza alimentare ulteriormente il debito e proteggere i redditi dall’accelerazione dei prezzi.

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