Pressione fiscale al 42,9%, perché sale con Meloni
Nel 2025 il rapporto col Pil ha toccato il massimo dal 2015: pesano occupazione, evasione recuperata e drenaggio fiscale.
La pressione fiscale italiana è salita al 42,9% del Pil nel 2025, il valore più alto dell’ultimo decennio. L’incremento non dipende soltanto dall’introduzione di nuove imposte: il rapporto può crescere anche quando le aliquote rimangono ferme o vengono ridotte.
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Profitti aziendali e gettito Ires
Tra il 2021 e il 2025 l’imposta sui redditi delle società, l’Ires, ha registrato l’aumento più marcato tra le principali entrate tributarie: +88,6%. Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, collega il dato alla maggiore crescita degli utili aziendali rispetto ai redditi da lavoro dipendente. «Al netto dell’inflazione, i redditi da lavoro dipendente sono aumentati poco, mentre i profitti delle imprese sono andati bene. Credo che ci sia spazio per essere più generosi nei rinnovi dei contratti», ha osservato.
Nel confronto sulla manovra sono tornati anche gli interventi sui guadagni straordinari di banche e grandi gruppi energetici. Gianfranco Polillo preferisce definirli «profitti di oligopolio», riferendosi ai settori dove pochi operatori detengono una quota ampia del mercato. A suo giudizio, una tassazione aggiuntiva sarebbe possibile, ma dovrebbe essere regolata a livello europeo per evitare svantaggi competitivi per le imprese italiane.
Le modifiche fiscali del governo
Durante la legislatura l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha alternato riduzioni del prelievo e restrizioni alle agevolazioni. La legge di bilancio per il 2024 ha portato dal 21 al 26 per cento l’imposta sostitutiva sugli affitti brevi a partire dal secondo immobile utilizzato per questo scopo.
Nello stesso provvedimento l’Iva su diversi articoli per l’infanzia e per l’igiene femminile è tornata al 10%, dopo essere stata fissata al 5% nel 2023. Nel 2025 sono poi cambiate le regole per la tassazione delle automobili aziendali, con effetti più onerosi in varie situazioni, mentre sono salite anche le accise sui prodotti da fumo.
Più occupati, più contributi
Una parte consistente dell’aumento deriva dall’espansione dell’occupazione. Nel secondo trimestre del 2026 la percentuale di persone occupate tra 15 e 64 anni ha raggiunto il 63,1%, nuovo massimo secondo il dato rivendicato dal governo.
L’ingresso di nuovi lavoratori produce maggiori versamenti sia per l’Irpef sia per la contribuzione previdenziale a carico di dipendenti e aziende. «Una parte importante dell’aumento della pressione fiscale deriva proprio dalla combinazione tra Irpef e contributi sociali: chi prima non lavorava e non versava contributi, quando trova un impiego comincia a pagarli», ha spiegato Polillo.
Il recupero dell’evasione
Nel 2025 le attività di accertamento e riscossione hanno portato allo Stato 36,2 miliardi di euro. Di questa somma, 29 miliardi sono arrivati dal recupero di tributi sottratti in precedenza al fisco.
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Nicola Rossi, economista ed ex parlamentare del Partito democratico, invita a distinguere queste somme dal normale aumento del carico sui contribuenti. Si tratta infatti di imposte non versate negli anni precedenti: chi ha sempre pagato regolarmente non vede automaticamente crescere il proprio prelievo quando vengono recuperate risorse evase da altri.
Il prodotto interno lordo include una stima delle attività non dichiarate e del lavoro non registrato, mentre nei conti delle entrate entrano soltanto imposte e contributi effettivamente incassati. Per questo il recupero di somme nascoste può far aumentare il gettito più rapidamente del Pil e spingere verso l’alto il rapporto tra entrate e prodotto.
Come funziona il drenaggio fiscale
Un ulteriore effetto nasce dal cosiddetto drenaggio fiscale. Se gli stipendi nominali salgono per seguire l’inflazione, ma le soglie degli scaglioni Irpef restano ferme, alcuni contribuenti possono passare a un livello superiore senza ottenere un reale aumento del potere d’acquisto.
Rossi ha spiegato che in questi casi le aliquote stabilite dalla legge non devono necessariamente cambiare, mentre può crescere quella effettiva applicata al reddito. L’effetto riguarda soprattutto le persone vicine ai limiti tra uno scaglione e l’altro. Gli interventi su Irpef e cuneo fiscale hanno ridotto il peso per alcune fasce, attenuando soltanto in parte questa conseguenza.
I numeri delle entrate
Secondo i dati del ministero dell’Economia, le entrate tributarie sono passate da 496,1 miliardi di euro nel 2021 a 622,1 miliardi nel 2025, con una crescita del 25,4%. Nello stesso periodo l’Irpef è aumentata del 16,7% e l’Iva del 26,2%, mentre l’Ires ha segnato il già citato +88,6%.
Il dato sulla pressione fiscale misura quindi il rapporto tra quanto viene incassato da fisco e previdenza e la ricchezza prodotta nel Paese. Non coincide con la semplice somma delle nuove tasse introdotte dal governo: occupazione, recupero dell’evasione, inflazione e profitti societari possono modificarlo anche senza un generalizzato aumento delle aliquote.
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