Premio e liste blindate: il voto rischia di contare meno
Il nuovo sistema assegna un forte premio alla coalizione vincente e alza le firme per le liste esterne al Parlamento, mentre crescono le proteste contro il controllo dei partiti sui candidati.
Il deputato di +Europa Riccardo Magi ha iniziato uno sciopero della fame per contestare le nuove regole elettorali. Al centro della protesta ci sono sia il premio di maggioranza, che può consegnare 70 deputati e 35 senatori a una coalizione senza che quei seggi corrispondano ai voti ottenuti, sia l’aumento delle firme necessarie per chi vuole presentarsi senza avere già una rappresentanza parlamentare.
La soglia può arrivare a seimila sottoscrizioni per collegio e, per una lista intenzionata a correre ovunque, sfiorare quota 450 mila. Magi chiede inoltre che la raccolta possa avvenire tramite firma digitale. La sua accusa è rivolta a una maggioranza che rivendica il primato della sovranità popolare ma, secondo il deputato, introduce nuovi ostacoli proprio davanti agli elettori e alle forze politiche più deboli.
Un premio che altera il risultato
La maggioranza presenta il sistema come Stabilicum; gli avversari lo chiamano Melonellum. Al di là delle etichette, il meccanismo attribuisce un vantaggio consistente a chi arriva primo e lascia alla coalizione vincente una posizione parlamentare molto più forte rispetto al consenso raccolto nelle urne.
Il provvedimento dovrebbe essere approvato in via definitiva dalla Camera fra pochi giorni. Con il ricorso alla fiducia, una bocciatura appare improbabile: se arrivasse, infatti, la legislatura finirebbe immediatamente. La riforma nasce anche dalla preoccupazione della maggioranza per i collegi uninominali, che assegnano un terzo dei seggi e nei quali un’intesa tra le opposizioni potrebbe cambiare gli equilibri rispetto al 2022.
L’attuale quadro dei sondaggi, tuttavia, non garantisce che il sistema favorisca necessariamente il governo. Come è già accaduto dopo altri interventi sulle regole del voto, la legge potrebbe produrre un vincitore diverso da quello immaginato da chi l’ha approvata. L’autore definisce quindi il nuovo impianto una costruzione confusa, distinta dalla cosiddetta legge truffa del 1953 perché priva, a suo giudizio, di un esito già scritto.
Le liste restano nelle mani dei vertici
Il testo conserva il capolista bloccato e consente candidature multiple, fino a cinque collegi. Le tre preferenze introdotte dalla maggioranza, osserva l’autore, rischiano così di incidere poco: nei collegi in cui un partito conquista un solo seggio, la scelta effettiva continuerebbe a dipendere dalla dirigenza.
Anche l’opposizione, però, arriva alla protesta dopo aver sostenuto in passato soluzioni analoghe. L’Italicum di Matteo Renzi prevedeva un premio e capilista scelti dai partiti, mentre il Rosatellum ha mantenuto le candidature multiple. Pd, M5S e le altre forze contrarie alla riforma oggi chiedono preferenze senza vincoli e l’eliminazione dei capilista bloccati, ma le loro proposte sono state respinte anche al Senato.
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La critica, dunque, non riguarda soltanto la scheda elettorale. L’articolo 49 della Costituzione stabilisce che i cittadini si associano nei partiti per partecipare, con metodo democratico, alla politica nazionale. Una disciplina capace di rendere trasparenti e contendibili le decisioni interne ai partiti, sostiene l’autore, inciderebbe più a fondo sul potere dei leader. Quella riforma, però, attende da quasi ottant’anni.
Le proteste contro la legge
Franco Corleone, già parlamentare e sottosegretario alla Giustizia, ha cominciato a sua volta un digiuno. La sua iniziativa guarda all’intero sistema e denuncia un premio in grado di trasformare una minoranza di voti in una maggioranza parlamentare, con possibili ripercussioni anche sulla composizione degli organi di garanzia.
Corleone contesta inoltre le preferenze solo apparenti e il numero sproporzionato di firme richiesto alle liste prive dell’esenzione. La sua mobilitazione nonviolenta punta a riaprire il confronto pubblico, affinché le norme elettorali non diventino, come ha spiegato, «uno strumento di concentrazione del potere».
Nel dibattito è stato richiamato anche Piero Calamandrei, secondo cui il sistema elettorale è soltanto uno strumento formale. Il suo valore dipende dalla capacità di far emergere dalle urne «i più degni: cioè i più capaci, intellettualmente, moralmente, tecnicamente». Secondo la critica contenuta nell’articolo, il nuovo impianto va nella direzione opposta: riduce la riconoscibilità dei candidati, limita la concorrenza e rafforza chi decide la composizione delle liste.
Una proposta alternativa, se si scegliesse il proporzionale, dovrebbe prevedere collegi più piccoli, candidati identificabili, il divieto delle candidature multiple, finanziatori resi noti prima del voto e pari accesso ai mezzi di comunicazione. Un’altra strada sarebbe estendere a tutti i seggi il sistema uninominale oggi applicato soltanto in parte.
La promessa della stabilità, in conclusione, non risolve il problema della selezione. Un esecutivo destinato a durare a lungo può restare un cattivo governo se i suoi rappresentanti vengono scelti soprattutto per fedeltà ai vertici. E una maggioranza parlamentare blindata non cambia la natura di un Parlamento composto da candidati nominati dai partiti.
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