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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Porti, protesta globale: fermi 113 scali in 22 Paesi

La protesta ha coinvolto 113 scali in 22 Paesi e lasciato fermi 52mila container per 2,8 miliardi di dollari.

I portuali hanno fermato le attività in 113 scali di 22 Paesi contro il traffico di armi e la guerra.

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La protesta partita da Genova

Al termine del corteo nel capoluogo ligure, José Nivoi, portavoce del Collettivo autonomo lavoratori portuali, ha rivendicato il risultato con queste parole: «Oggi Genova ha fatto la storia». Secondo Nivoi, dal porto ligure è stato coordinato il blocco di oltre 100 scali distribuiti su cinque continenti, insieme allo sciopero generale.

Il portavoce del Calp ha sostenuto che la mobilitazione abbia unito lavoratori di Paesi diversi contro la spesa militare, i tagli ai servizi pubblici e l’aumento del costo della vita. A suo giudizio, le risorse destinate agli armamenti vengono sottratte a ospedali e scuole, mentre inflazione e caro carburante rendono difficile arrivare alla fine del mese anche con uno stipendio di duemila euro.

Nivoi aveva già definito la giornata una protesta senza limiti: «Oggi blocchiamo tutto». A Genova, il Calp e Usb Mare e Porti hanno chiamato alla partecipazione i lavoratori e le persone contrarie a essere coinvolte nelle attività legate alla guerra.


I blocchi nei porti italiani

Nel capoluogo ligure circa 15mila manifestanti sono entrati nello scalo dal varco Albertazzi, affiancando gli addetti che avevano ostruito l’accesso con pneumatici e fumogeni. Il presidio ha contestato il riarmo, i conflitti e il rincaro delle spese quotidiane.

A Livorno, già alle 6 del mattino, il presidio dell’Usb a Ponte Genova era gremito. Iniziative analoghe sono state segnalate ad Ancona, Civitavecchia, Gioia Tauro, Carrara, Bari, Ravenna e Trieste. A Torino, sul parapetto di ponte Mosca, i manifestanti hanno esposto uno striscione con la frase «I lavoratori portuali non lavorano per la guerra».

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La mobilitazione oltre i confini

La protesta ha interessato anche il Pireo, dove circa 3mila portuali e marittimi hanno sospeso la movimentazione delle merci e i collegamenti in traghetto verso le isole. Le navi sono rimaste ferme in sette porti greci. In Francia, Cgt Ports et Docks ha indetto una giornata di astensione; altre iniziative si sono svolte in Spagna, Germania e Turchia.

Presidi e possibili interruzioni del lavoro sono stati annunciati anche in Marocco e India, mentre cortei e manifestazioni hanno accompagnato gli scioperi. I promotori hanno parlato di un coordinamento internazionale contro lo sfruttamento, le aggressioni militari e la guerra, sostenendo che il blocco delle merci e degli armamenti dimostri la capacità dei lavoratori di incidere sui traffici.


Sicurezza e impatto economico

Tra le richieste c’è anche una maggiore tutela per gli equipaggi impegnati nelle aree di conflitto. Il sindacato greco Penen ha riferito che nel 2026, nel Mar Nero, si sarebbero verificati 570 assalti contro navi, con 40 marittimi morti e centinaia di persone ferite. Nelle prime tre settimane di ottobre, gli attacchi alle imbarcazioni nel Golfo Persico sarebbero stati 28. I rappresentanti della federazione indiana Wtwfi hanno inoltre parlato di 15 marittimi indiani deceduti nella guerra tra India e Iran.

Secondo No Harbour for Genocide, l’associazione che chiede di interrompere via mare l’invio a Israele di armi, forniture militari e combustibili, l’astensione ha impedito la partenza di 52mila container. Il valore complessivo delle merci bloccate è stato stimato in 2,8 miliardi di dollari.

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