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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Pizzo a Caivano, il cartello non basta? La rete che aiuta a denunciare

L’esperienza di un’impresa minacciata mostra come l’adesione a un’associazione possa offrire sostegno, contatti e strumenti concreti dopo la denuncia.

La paura non scompare quando un’impresa sceglie di denunciare il racket. Può coinvolgere l’imprenditore, i familiari, i dipendenti e la continuità stessa dell’attività. Nel caso di un’azienda edile di Giugliano impegnata in un cantiere a Caivano, però, la presenza del cartello antiracket e il rapporto già costruito con Sos Impresa hanno contribuito a trasformare l’intimidazione in una denuncia ai carabinieri.


Il cartello segnala una scelta precisa

L’impresa era stata raggiunta da minacce e richieste di denaro attribuite al clan Angelino, nonostante l’esposizione del cartello contro il racket. Per Luigi Cuomo, presidente di Sos Impresa, questo episodio non dimostra l’inefficacia dell’iniziativa. Al contrario, quel segnale pubblico indicava la volontà dell’azienda di operare nella legalità e di non accettare condizionamenti criminali.

“Quel cartello esprime una scelta di campo”, ha spiegato Cuomo. L’adesione al patto, secondo il presidente, aveva già creato un punto di riferimento per l’imprenditore e favorito un rapporto di fiducia con le forze dell’ordine. Quando sono arrivate le richieste estorsive, l’azienda sapeva quindi a chi rivolgersi e quale percorso intraprendere.


La denuncia non cancella il timore

All’inizio, il capocantiere avrebbe risposto agli emissari del gruppo criminale con una frase semplice: “Abbiamo già pagato”. Una reazione che può essere letta nel quadro della paura e dell’incertezza che accompagnano chi subisce una minaccia. Dopo la denuncia, infatti, restano interrogativi concreti: sarà possibile tornare al lavoro? Ci saranno ritorsioni? Quali conseguenze ricadranno sui dipendenti e sulla famiglia?

Nel caso specifico, alcuni operai furono aggrediti e il titolare dovette fermare il cantiere per diverse settimane. L’associazione ha continuato a seguirlo, mantenendo i contatti con le istituzioni, offrendo ascolto e aiutandolo a gestire le difficoltà. Per Cuomo, accompagnare una vittima significa garantire una presenza strutturata, basata su esperienza, competenze e relazioni consolidate nel tempo.

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Dopo il danno esiste un sostegno economico

Il blocco dei lavori ha prodotto conseguenze pesanti: personale da pagare anche durante la sospensione, ritardi nelle forniture, rallentamenti dell’attività e forte pressione psicologica. La legge n. 44 del 1999 prevede, per le vittime di estorsione in possesso dei requisiti, contributi a fondo perduto proporzionati ai danni riconosciuti. Nel calcolo possono rientrare anche i guadagni persi a causa delle intimidazioni.

Il ristoro non è automatico. L’impresa deve presentare una domanda, superare l’istruttoria e dimostrare sia l’entità del pregiudizio sia il legame con l’estorsione. In questa fase l’associazione può aiutare a raccogliere la documentazione, seguire la procedura e valutare con l’azienda l’eventuale costituzione di parte civile, oltre a fornire assistenza legale durante il processo.


La rete riduce l’isolamento

Cuomo invita anche chi non ha ancora aderito al patto a rivolgersi subito alle forze dell’ordine ai primi segnali di intimidazione. Un’impresa può chiedere aiuto a Sos Impresa anche dopo l’avvio delle minacce o della denuncia.

L’associazione non promette che il rischio di ritorsioni sia nullo. Sulla base di oltre trent’anni di attività antiracket e antiusura, tuttavia, riferisce che nei casi seguiti direttamente le reazioni temute non si sono, in genere, concretizzate. È un elemento che può contrastare la paura e le convinzioni allarmistiche non confermate dall’esperienza, senza nascondere i costi e le difficoltà che possono seguire alla scelta di denunciare.

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