Più AI, più informatori: il paradosso che cambia l’intelligence
L’intelligenza artificiale accelera l’analisi delle fonti aperte, ma secondo Marco Santarelli non può sostituire reti umane, presenza sul campo e controllo delle tecnologie strategiche.
L’intelligenza artificiale ha reso accessibili a un pubblico molto più ampio strumenti capaci di collegare dati, persone e avvenimenti in pochi istanti. Ma questa nuova rapidità non coincide con lo spionaggio: per conoscere ciò che qualcuno tenta di nascondere servono ancora fonti, relazioni e presenza sul territorio.
È questa la tesi di Marco Santarelli, analista investigativo delle reti informative e consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence. A suo avviso, proprio la crescita dei sistemi automatizzati rende ancora più decisiva la componente umana, soprattutto nelle attività di raccolta e controspionaggio.
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L’AI accorcia le distanze informative
Rispetto alla prima stagione dei social network, il cambiamento non riguarda soltanto la quantità di dati raccolti. Secondo Santarelli, il vero salto consiste nella possibilità di incrociare rapidamente informazioni già disponibili, individuando collegamenti e schemi che un tempo richiedevano programmi specifici, competenze elevate e molte ore di lavoro.
Questa trasformazione può essere sfruttata anche da giornalisti, aziende e investigatori. Un sistema automatizzato è in grado di ricostruire il profilo di una persona o le relazioni di una società partendo da fonti pubbliche. Tuttavia, avverte l’analista, “raccogliere e aggregare informazioni non significa fare spionaggio”: l’Osint, la business intelligence e la due diligence restano attività diverse da spionaggio e controspionaggio.
Il limite emerge quando l’informazione non è reperibile in rete. L’AI può indicare legami visibili tra soggetti e organizzazioni, ma non può stabilire da sola se qualcuno sia stato infiltrato per sottrarre un brevetto. Per arrivare a un dato di questo tipo occorrono informatori, rapporti costruiti nel tempo e conoscenza diretta dei luoghi interessati.
La rete umana resta decisiva
La tecnologia, dunque, non elimina la Humint, cioè la raccolta di informazioni attraverso le relazioni umane. Santarelli considera l’AI uno strumento utile per verificare, ordinare e mettere a confronto i dati, ma ritiene insostituibile ciò che si può osservare sul campo: in un porto strategico, vicino a un cavo sottomarino o all’interno di un impianto sensibile conta capire chi si muove, con chi interagisce e quale obiettivo persegue.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la crescita dei contenuti sintetici e manipolati. Immagini ritoccate e ricostruzioni orientate possono alterare la percezione degli eventi; per questo, spiega l’analista, non basta acquisire un’informazione trovata in rete. Bisogna verificarne l’origine e valutare chi abbia interesse a diffonderla.
Anche il caso Anthropic e le dimissioni del ricercatore Jacob Coxon, richiamato nell’intervista, viene letto soprattutto sul piano della comunicazione. La contrapposizione tra l’uscita del ricercatore, preoccupato per i rischi dei sistemi più avanzati, e il successivo riconoscimento del problema da parte dei vertici aziendali ha contribuito ad accendere il dibattito. Per Santarelli, oltre alla tecnologia va quindi esaminata la narrazione che la accompagna.
Un servizio europeo resta lontano
L’ipotesi di creare un’intelligence europea centralizzata, con un servizio operativo a Bruxelles, appare politicamente suggestiva ma difficile da realizzare. Nei singoli Paesi la circolazione delle informazioni è regolata da classificazioni, procedure e responsabilità precise; trasferire lo stesso meccanismo a 27 Stati renderebbe il problema ancora più complesso.
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Il nodo principale riguarda la fiducia. I servizi nazionali potrebbero non essere disposti a condividere integralmente fonti, reti, capacità operative e informazioni riservate. La cooperazione esiste già in diversi settori, ma secondo Santarelli collaborare non equivale a trasferire tutto a un’unica struttura.
Nel breve periodo sarebbe più concreta una rete rafforzata tra apparati nazionali, concentrata su obiettivi comuni come il finanziamento del terrorismo, i flussi finanziari oltreconfine, le criptovalute e alcune minacce informatiche. Il modello dei Five Eyes dimostra, secondo l’analista, che la condivisione dipende da una fiducia politica maturata nel tempo: per l’Europa potrebbe essere più realistico procedere attraverso cerchi ristretti e missioni condivise.
Cybersecurity e sovranità tecnologica
Sul fronte informatico, la sfida non è più rappresentata soltanto dall’hacker isolato. La potenza di calcolo e gli strumenti di difesa più avanzati richiedono risorse ingenti, con il risultato di concentrare capacità sofisticate nelle mani di soggetti, pubblici o privati, in grado di sostenerne i costi.
Da qui nasce il tema della sovranità tecnologica. Apparati pubblici, forze di polizia e infrastrutture sensibili devono conoscere l’origine degli strumenti utilizzati, i produttori coinvolti e le dipendenze che possono derivarne. Santarelli richiama in questo quadro il Golden Power, da applicare non soltanto alla proprietà delle imprese, ma anche alle tecnologie realmente strategiche e alle filiere da cui dipendono.
Un rischio analogo riguarda le informazioni industriali. L’impiego senza adeguate garanzie delle piattaforme di AI può esporre codici, competenze proprietarie e dati riservati. Quando sono coinvolti comparti come difesa, energia o telecomunicazioni, una vulnerabilità aziendale può trasformarsi in una questione di sicurezza nazionale.
Proteggere la ricerca strategica
Santarelli propone infine una vigilanza più incisiva sui brevetti, senza sostenere il blocco della ricerca scientifica o dell’innovazione. Il punto, nella sua impostazione, è individuare ciò che possiede un valore strategico e impedire che tecnologie decisive o informazioni sensibili sfuggano al controllo.
La linea di fondo resta la stessa: l’AI può aumentare enormemente la velocità dell’analisi, ma non determina da sola il significato delle informazioni né sostituisce le relazioni necessarie per acquisire dati riservati. Più cresce l’automazione, quindi, più diventano importanti verifica, fiducia e capacità umana di interpretare ciò che accade fuori dalla rete.
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