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Attualità 3 min di lettura42 min fa

Pesticidi vietati all’estero: il caso Syngenta riapre il dibattito

La protesta internazionale del 3 ottobre ha portato al centro il commercio di sostanze non autorizzate in Europa e i rischi per agricoltori, ambiente e consumatori.

Il 3 ottobre la mobilitazione internazionale contro i pesticidi ha riacceso una questione che supera i confini europei: perché sostanze non più autorizzate in Europa continuano a essere prodotte da aziende del continente e vendute in altri Paesi? Nel mirino delle associazioni e dei sindacati agricoli è finita anche Syngenta Group, leader mondiale del settore con il 22% del mercato.

La protesta ha puntato soprattutto sul cosiddetto doppio standard: un prodotto considerato rischioso per la salute in Europa può essere commercializzato altrove, dove le tutele sono spesso differenti. Tra gli esempi citati c’è il diquat, un erbicida non autorizzato nell’Unione europea ma ancora destinato ai mercati esteri.

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Il nodo dei prodotti esportati

Secondo le accuse rilanciate durante la giornata di mobilitazione, alcune multinazionali europee continuerebbero a fabbricare sostanze vietate nel continente per venderle in Paesi come il Brasile. La questione non riguarda soltanto l’impatto sugli ecosistemi, ma anche le conseguenze per chi lavora direttamente nei campi e utilizza questi prodotti.

Un caso riportato da Public Eye riguarda Valdemar Postanovicz, agricoltore brasiliano che ha impiegato Reglone, erbicida a base di diquat. Dopo l’esposizione ha avuto un’intossicazione accompagnata dalla paralisi della parte destra del corpo. L’uomo si è successivamente ripreso, ma ha scelto di interrompere l’utilizzo della sostanza.

Le organizzazioni coinvolte nella protesta hanno inoltre raccolto testimonianze di persone colpite da gravi malattie. Il collettivo francese Cancer Colère ha ricordato, tra le altre, la storia di Francesca, morta a 54 anni per un tumore al seno, e quella di Emmy, deceduta a 11 anni a causa della leucemia. Le testimonianze vengono presentate nel quadro delle denunce sui rischi legati all’esposizione ai pesticidi.


Agricoltura e dipendenza chimica

A essere maggiormente esposti sono gli agricoltori, che secondo le associazioni non soltanto affrontano per primi i pericoli, ma finiscono anche per dipendere da un modello produttivo fondato sull’impiego costante di sostanze chimiche. Le grandi aziende agricole orientate alla monocoltura riducono la varietà delle coltivazioni e, in questo modo, favoriscono la diffusione dei parassiti.

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Il risultato è un sistema nel quale l’uso dei pesticidi diventa quasi obbligato per proteggere i raccolti. Allo stesso tempo, viene sollevato il problema della fertilità del terreno: le pratiche agricole contemporanee e il ricorso prolungato a determinati prodotti possono comprometterla, mettendo in discussione la sicurezza alimentare nel lungo periodo.


La posizione di Syngenta

Syngenta ha replicato alle contestazioni ricordando che i parassiti distruggerebbero tra il 20% e il 40% delle coltivazioni mondiali. Per l’azienda, la difesa delle piante è quindi indispensabile per assicurare la disponibilità di cibo a livello globale.

La società, tuttavia, non ha risposto direttamente all’accusa relativa alla vendita fuori dall’Europa di prodotti non autorizzati nel continente. Il suo intervento si è concentrato sulle altre contestazioni sollevate dalle organizzazioni promotrici della mobilitazione.


Il confronto sulla sostenibilità

Il punto centrale resta dunque la coerenza delle regole: se una sostanza viene ritenuta troppo pericolosa per essere utilizzata in Europa, la sua produzione destinata all’esportazione continua a sollevare interrogativi. Il divieto d’impiego, infatti, nasce dalla valutazione dei possibili danni alla salute e all’ambiente, rischi che non scompaiono quando il prodotto attraversa una frontiera.

Per garantire l’approvvigionamento alimentare anche nel futuro, la mobilitazione chiede di ripensare l’attuale modello agricolo e di valutare alternative come l’agricoltura rigenerativa. La discussione non riguarda quindi soltanto Syngenta, ma il modo in cui vengono prodotti gli alimenti e il livello di protezione riconosciuto alle persone che coltivano i campi.

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