Pescara, la Cassazione conferma la responsabilità della Asl
L’aggressione del 2014 avvenne prima del turno, in un’area del distretto sanitario raggiunta dalla psichiatra.
La Cassazione ha confermato la responsabilità della Asl di Pescara per l’aggressione subita nel 2014 da una psichiatra, colpita alla testa con un martello da un paziente.
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I rischi oltre il reparto
Il caso riguarda anche sportelli pubblici e aziende dove i lavoratori incontrano persone esterne. In situazioni simili, il pericolo può estendersi dagli ambienti di lavoro alle zone comuni, agli ingressi e ai percorsi utilizzati dal personale.
La revisione dello standard di ASIS International sulla prevenzione e gestione della violenza sul lavoro, annunciata il 28 ottobre, insiste sulla struttura dei programmi e sulla verifica della loro concreta applicazione. Il riferimento, di adesione volontaria, può aiutare a seguire il passaggio delle informazioni tra chi individua il rischio e chi dispone degli strumenti per ridurlo.
Una segnalazione dovrebbe arrivare rapidamente al responsabile in grado di intervenire. Se il servizio ritiene competente la vigilanza e la vigilanza rimanda la questione al servizio, ogni ufficio può rispettare la propria procedura mentre il pericolo resta privo di una decisione effettiva.
Le responsabilità nella struttura
Per controllare l’efficacia delle misure occorre ricostruire l’intero percorso di una segnalazione: chi l’ha ricevuta, quali verifiche sono state svolte e quale soggetto poteva intervenire sugli accessi o sugli spazi interessati. Va accertato anche se le protezioni previste fossero disponibili nel momento necessario.
In una struttura sanitaria, infatti, le competenze possono essere distribuite. Il responsabile del servizio conosce i rapporti con gli utenti, la direzione del presidio gestisce gli accessi, l’ufficio tecnico segue le aree esterne e la vigilanza può essere affidata a un’impresa. Il coordinatore può quindi rilevare una criticità senza avere il potere di disporre gli interventi.
La decisione della Cassazione
L’episodio risale alle 8.15 del 20 ottobre 2014. La professionista stava andando verso il distretto sanitario, nel piazzale davanti al CUP, quando un paziente del Centro di Salute Mentale la colpì più volte con un martello, prima dell’inizio del turno.
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Con l’ordinanza n. 27381 del 20 ottobre 2026, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Asl contro la decisione della Corte d’Appello dell’Aquila. I giudici avevano ravvisato la mancata adozione di cautele concretamente praticabili in rapporto all’attività svolta e alle conoscenze disponibili.
Il procedimento prosegue per gli aspetti legati al regresso Inail e alla quantificazione del danno. La presenza di un aggressore esterno e il fatto che l’attacco si sia verificato in una zona appartenente al distretto, ma non coincidente con il luogo abituale della prestazione, non hanno escluso l’obbligo del datore di lavoro.
Come valutare l’esposizione
L’articolo 2087 del Codice civile richiede di considerare le condizioni reali in cui l’attività viene svolta. La protezione può quindi riguardare anche l’arrivo e l’uscita dal servizio, i contatti con l’utenza e gli spazi nei quali il personale transita.
Il Documento di valutazione dei rischi dovrebbe comprendere i tragitti effettivamente percorsi, gli orari di sovrapposizione tra lavoratori e utenti, le zone con minore presenza di personale e i soggetti capaci di modificare gli accessi o l’organizzazione dei servizi. Prima di scegliere le cautele, queste condizioni possono essere verificate direttamente sul posto.
La lettera z-bis dell’articolo 15 del Decreto legislativo 81/2008, introdotta nel 2025, prevede la pianificazione di interventi contro comportamenti violenti o molesti nei confronti dei lavoratori nei luoghi indicati dall’articolo 62. La circolare INL n. 1/2026 ne ha chiarito l’ambito, ma l’efficacia dipende dall’attuazione concreta delle misure.
Una valutazione può anche concludersi senza introdurre nuovi interventi, purché motivi la scelta e preveda una verifica se cambiano le condizioni. Se una protezione non può essere applicata, la questione deve tornare a chi ha il potere di modificarla o sostituirla.
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