Pendolari, addio carnet: la spesa può salire del 126%
Dal prossimo novembre il carnet Smart non sarà più disponibile: per chi viaggia tra Torino e Milano resta un abbonamento più costoso e con prenotazione obbligatoria.
Per anni ho potuto dividere la mia vita tra Torino e Milano senza dover scegliere tra il lavoro e la città in cui ho deciso di vivere. Tre giorni alla settimana salgo sul treno, raggiungo la redazione e poi torno a casa: una routine faticosa, ma resa sostenibile dal lavoro agile e dal carnet Smart di Trenitalia.
Da novembre, però, questo equilibrio verrà meno. La società ha deciso di interrompere la vendita del carnet introdotto durante i primi anni della pandemia, costringendo pendolari come me a ricorrere a un abbonamento che, nonostante una lieve riduzione del prezzo, comporta anche un costo aggiuntivo per ogni prenotazione.
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Il conto per chi viaggia cresce
Nel mio caso il carnet permetteva di coprire circa 12-14 giornate in presenza al mese, pari a 22-24 viaggi di andata e ritorno, con una spesa stimata intorno ai 250 euro. L’alternativa sarebbe l’abbonamento mensile da 374 euro, al quale si aggiungono 2 euro per ciascuna corsa prenotata.
Secondo il calcolo dell’onorevole Marco Grimaldi, di Avs, che per primo ha segnalato il problema, l’aumento complessivo per molti pendolari delle tratte brevi dell’alta velocità può arrivare al 126%. Su base annuale, la differenza equivale a un esborso vicino a quello di uno stipendio.
La mia situazione è relativamente favorevole: abito a circa un chilometro dalla stazione di partenza e lavoro non lontano da quella di arrivo. Inoltre, grazie ad alcuni giorni mensili di lavoro da remoto, non devo acquistare un alloggio a Milano, dove i canoni sono spesso proibitivi. Eppure anche così la convenienza del pendolarismo rischia di essere rimessa in discussione.
Non è soltanto una questione di rincari
Trenitalia sostiene che il venir meno dell’emergenza sanitaria abbia modificato le abitudini di viaggio e l’organizzazione del lavoro. Nella comunicazione diffusa dall’azienda, la nuova formula viene presentata come una soluzione destinata sia ai pendolari tradizionali sia a chi lavora da remoto.
Il punto, però, non è soltanto l’aumento della tariffa. Il carnet aveva creato uno strumento adatto a una fascia precisa di lavoratori, cioè a chi alterna presenza e lavoro agile. Ora quella possibilità viene cancellata proprio mentre molte persone hanno costruito la propria organizzazione professionale e familiare intorno a quella flessibilità.
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Non mi aspetto che un’azienda, anche se pubblica, rinunci a rivedere le proprie offerte commerciali. Ma qui si passa dalla rimodulazione di un servizio alla sua eliminazione, senza una proposta davvero equivalente. L’azienda avrebbe potuto rafforzare quel modello, ampliarlo o renderlo più conveniente; invece ha scelto di sostituirlo con una formula più onerosa.
Per i pendolari l’auto non è una soluzione
Tornare all’automobile non rappresenta un’alternativa praticabile. I costi dell’energia e del carburante sono aumentati, gli spostamenti sarebbero più pesanti e l’impatto ambientale sarebbe maggiore. Il problema riguarda quindi non soltanto il bilancio familiare, ma anche la possibilità concreta di continuare a lavorare in una città diversa da quella in cui si vive.
A bordo dei treni, in questi giorni, ho ascoltato molte conversazioni sulla decisione. Prevalgono rabbia e scoraggiamento: parecchi viaggiatori stanno già facendo i conti per capire se il pendolarismo resterà sostenibile, nonostante sia una condizione che richiede tempo, energie e sacrifici quotidiani.
La vicenda mostra anche quanto il lavoro agile venga ancora considerato una soluzione provvisoria, legata alla pandemia, invece che una componente ormai stabile dell’organizzazione professionale. Per chi si sposta tra due città, la flessibilità non è un privilegio astratto: può determinare la possibilità di mantenere il proprio impiego senza trasferire l’intera famiglia.
La protesta arriva nelle istituzioni
Alcuni parlamentari hanno annunciato interrogazioni al ministro dei Trasporti. Anche le istituzioni locali, compreso l’assessore regionale piemontese, hanno fatto sapere di voler chiedere chiarimenti a Trenitalia.
Nel frattempo i pendolari si stanno organizzando. Sono comparsi comitati, su Change.org è stata lanciata una petizione e sui social si moltiplicano i commenti contrari. Di fronte a una decisione destinata a incidere così pesantemente sulle spese mensili, contestare e chiedere risposte non è un eccesso: è il minimo che ci si possa aspettare da chi utilizza ogni giorno un servizio pubblico.
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