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Attualità 4 min di lettura41 min fa

Pedali della bici di Stasi, il nodo delle analisi mai chiarito

Le audizioni dei militari riaprono il tema dei test del 20 settembre 2007, mentre i consulenti dei pm chiedono spiegazioni sui risultati opposti ottenuti sul Dna.

Giorgio Portera ha detto di non avere un ricordo preciso dei test svolti il 20 settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. L’ex militare del Ris, oggi consulente televisivo, ha però ritenuto plausibile una nuova analisi dopo un risultato inatteso, soprattutto perché sui pedali non era stato osservato nulla a occhio nudo. Luciano Garofano, ascoltato dai pm di Pavia, ha invece escluso con decisione qualsiasi alterazione delle verifiche e ha difeso l’integrità dei suoi ex collaboratori.


I consulenti chiedono nuove verifiche

Il contrasto tra i risultati ottenuti sui pedali è stato esaminato dagli esperti incaricati dalla Procura guidata da Fabio Napoleone. Nella loro relazione, Carlo Previderè e Pierangela Grignani rilevano che nel fascicolo non compaiono gli esiti negativi delle analisi del 20 settembre e sottolineano la necessità di chiarire l’origine della discordanza.

Secondo i due consulenti, il profilo genetico ricavato dal campione esaminato il 19 settembre poteva essere considerato affidabile secondo gli standard scientifici disponibili all’epoca. La presenza dei controlli previsti e l’assenza di segnali riconducibili a contaminazioni, a loro giudizio, sostenevano la validità del risultato attribuito a Chiara Poggi. Proprio per questo, in mancanza di una spiegazione scientifica per l’esito negativo successivo, sarebbe stato opportuno ripetere gli accertamenti e procedere con ulteriori amplificazioni del campione.


Garofano ricorda solo in parte

Il comandante del Ris di Parma nel 2007 ha spiegato ai magistrati di non riuscire a ricostruire ogni passaggio dell’indagine. Ha collegato le lacune al tempo trascorso e al numero di procedimenti seguiti in quegli anni, precisando che il caso di Garlasco, pur avendo grande rilevanza, non era l’unico affrontato dal reparto.

Garofano ha inoltre respinto l’ipotesi di una manipolazione del materiale biologico esaminato sulla bicicletta di Stasi. A suo dire, le attività erano state svolte nel confronto tra le parti e i militari coinvolti meritavano piena fiducia. Dal 2017 fino allo scorso anno, lo stesso Garofano aveva lavorato come consulente di Andrea Sempio nell’ambito del procedimento sul delitto di Garlasco.


La gestione del sopralluogo cambiò

Marco Pizzamiglio, che all’epoca era il vice di Garofano, ha ricostruito le prime ore dell’intervento. Il 13 agosto 2007, mentre Garofano si trovava in Brasile, fu lui a raggiungere Garlasco con una squadra del Ris. Il gruppo si trovò davanti a una scena con molto sangue, ma non poté iniziare immediatamente il sopralluogo perché non disponeva ancora dell’attrezzatura necessaria.

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Pizzamiglio ha riferito di aver avviato i contatti con la Procura e di aver indicato Alberto Marino come consulente tecnico. Al ritorno di Garofano, però, l’organizzazione sarebbe stata modificata. Secondo il suo racconto, il comandante avrebbe voluto rimettere mano al lavoro già impostato e assumere un ruolo centrale anche nella gestione pubblica dell’indagine. Pizzamiglio ha sostenuto che Garofano avrebbe preferito affidare direttamente a sé gli incarichi, pur riconoscendo a Marino una maggiore esperienza operativa sul campo e descrivendo il comandante soprattutto come un coordinatore.


Il nodo delle controanalisi

Marino, oggi colonnello e all’epoca capitano del Ris di Parma, è stato sentito il 10 settembre dai pm pavesi che indagano su Andrea Sempio. Nel 2007 aveva firmato, come consulente della Procura di Vigevano, la relazione che contribuì all’arresto di Alberto Stasi, indicando sui pedali della sua bicicletta materiale cellulare ritenuto riconducibile a Chiara Poggi.

Il 20 settembre, tuttavia, lo stesso accertamento era stato seguito da due prove di controllo senza rilevazione del Dna della vittima. Secondo la ricostruzione investigativa, quei risultati non furono comunicati al magistrato titolare, alle parti e alla difesa e non vennero inseriti stabilmente negli atti nemmeno dopo la condanna definitiva di Stasi. Una verifica successiva ha però evidenziato che Francesco Maria Avato e gli altri consulenti erano stati informati: il tecnico nominato dalla difesa aveva infatti richiamato gli esiti negativi in una propria relazione.

A distanza di 19 anni, Marino ha dichiarato di non ricordare con precisione quelle prove. Ha spiegato che potevano essere state eseguite per consolidare il primo risultato e ha escluso l’intenzione di far sparire dati sgraditi, sostenendo che, se ci fosse stata una volontà simile, il materiale sarebbe stato cancellato. A suo giudizio, si trattò piuttosto di un eccesso di zelo e, non essendo emerso un dato utilizzabile nella replica, l’attività si sarebbe fermata.

Marino ha anche riferito di aver aggiornato la catena gerarchica sulle attività investigative. I rapporti con la pubblico ministero, ha precisato, erano però gestiti da Garofano. Il caso resta così legato a due questioni: la mancata valorizzazione immediata degli esiti negativi e la diversa ricostruzione fornita dai militari sulla gestione degli accertamenti.

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