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Attualità 4 min di lettura4 ore fa

Ustica, la pista francese torna sul tavolo: cosa può riaprire il caso

Nuovi documenti da Parigi, inclusi possibili dati radar, spingono la Procura di Roma a chiedere una nuova valutazione sull’inchiesta per la morte di 81 persone.

Restano da chiarire anche alcuni ritrovamenti emersi nel tempo: secondo una ricostruzione giornalistica de L’Espresso, sui fondali del Tirreno sarebbero stati individuati un serbatoio compatibile con un velivolo militare statunitense, un casco appartenuto a un pilota americano e un salvagente della portaerei Saratoga, allora presente nel Mediterraneo. Si tratta di elementi inseriti nel quadro delle diverse ipotesi sulla notte di Ustica, senza che ne sia stata stabilita una rilevanza definitiva.

Un altro episodio collegato alle ricostruzioni dell’accaduto riguarda il ritrovamento, in Calabria il 18 luglio 1980, dei resti di un caccia libico. Non è mai stato accertato se eventuali aerei stranieri coinvolti nella dinamica fossero francesi, statunitensi o britannici.


Il mistero degli aerei militari

Nelle indagini è stata analizzata anche la possibilità che due caccia stranieri stessero seguendo un Mig libico. Secondo una delle ricostruzioni, il velivolo avrebbe cercato protezione volando vicino al Dc9 Itavia, precipitato nel Tirreno il 27 giugno 1980 con 81 persone a bordo.

Tra gli elementi esaminati figura inoltre la registrazione della scatola nera, sottoposta in seguito a un lavoro di pulizia. Poco prima che Ciampino perdesse il collegamento con l’aereo, uno dei piloti pronunciò: “Guarda cos’è”. La frase è stata valutata insieme alla presenza, quella sera, di diversi velivoli militari nei cieli del Mediterraneo.


Perché torna la pista del missile

Leonardo Lecce, esperto aeronautico che partecipò alla commissione incaricata della perizia tra il 1984 e il 1990, sostiene la ricostruzione dell’abbattimento con un missile. A suo giudizio, i resti del Dc9 furono rinvenuti concentrati in un’area di circa due chilometri, circostanza che indicherebbe un impatto con l’acqua avvenuto prima della completa dispersione dell’aereo, e non una distruzione in volo provocata da una bomba interna.

Una sentenza del Tribunale civile di Palermo del 2011 dispose il risarcimento in favore dei familiari delle vittime a carico dei ministeri della Difesa e dei Trasporti. Nel motivare la ricostruzione dell’evento, il giudice prese in considerazione l’ipotesi di un missile oppure quella di una quasi collisione.

Sul versante penale sono state invece condotte due inchieste contro ignoti. La prima, aperta nel 2008, fu collegata anche alle dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che attribuì a un aereo militare francese il lancio accidentale di un missile contro il Dc9; la stessa ipotesi fu poi ripresa dall’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato. La seconda nacque da un esposto dell’Associazione per la verità su Ustica e riguardava la possibilità di una bomba esplosa a bordo.


Le nuove carte possono cambiare tutto

Nel corso degli accertamenti furono ascoltati numerosi testimoni e vennero richieste rogatorie a più Paesi, tra cui Francia e Stati Uniti. Entrambi i procedimenti erano arrivati davanti alla prospettiva dell’archiviazione, ma la possibile consegna di documenti da parte di Parigi ha modificato il quadro valutato dalla Procura di Roma.

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La documentazione francese potrebbe comprendere tracciati radar e informazioni sulle attività militari svolte nel Mediterraneo quella notte. Lecce ha definito positiva l’apertura alla collaborazione, invitando però a verificare se alla disponibilità annunciata seguirà una concreta trasmissione degli atti.

L’esperto ha ricordato che, durante la perizia, furono esaminati i dati provenienti dai radar civili e militari. Tra i materiali mostrati dal giudice istruttore Vittorio Bucarelli vi era una traccia rilevata dalla stazione dell’Aeronautica di Poggio Ballone, in Toscana: il segnale, con andamento circolare vicino alla Corsica, sarebbe stato riconducibile a un aereo radar presente nello stesso momento dell’incidente.

In quelle ore, secondo notizie riportate dalla stampa, si trovava inoltre in Corsica la portaerei francese Clemenceau. Da qui il dubbio, sollevato da Lecce, che la Francia possa possedere dati radar mai trasmessi ai magistrati italiani.


La richiesta della Procura di Roma

Le operazioni per recuperare il relitto si svolsero tra il 1987 e il 1988, a una profondità vicina ai 4.000 metri. La nave francese Nadir, gestita dalla società statale Ifremer, e il batiscafo Nautile parteciparono a tre missioni, grazie alle quali fu riportato in superficie circa il 70 per cento del peso dell’aereo.

Lecce seguì quelle attività per conto della commissione e riferì che nelle riprese del fondale erano comparsi alcuni solchi. Un documento firmato dal capitano Jean Roux indica inoltre un’interruzione delle operazioni tra il 2 marzo e il 16 aprile 1988; secondo l’esperto, Ifremer sarebbe tornata nell’area senza informare la commissione, sostenendo di dover verificare le apparecchiature.

Il 25 marzo scorso la Procura di Roma aveva chiesto l’archiviazione proprio perché Francia e Stati Uniti non avevano fornito la collaborazione sollecitata. La nuova disponibilità francese ha però spinto i magistrati a rivolgersi nuovamente al giudice per le indagini preliminari, chiedendo di revocare l’archiviazione e di valutare la prosecuzione degli accertamenti.

Il procuratore Francesco Lo Voi ha spiegato che l’apertura di Parigi “apre un nuovo filone e nuove prospettive”. Ora il giudice dovrà stabilire se la documentazione che la Francia potrebbe trasferire contenga elementi sufficienti per riaprire il percorso investigativo sulla caduta del Dc9 Itavia.

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