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Attualità 3 min di lettura12 ore fa

Paola Di Nicola, magistrata: il cognome paterno è patriarcato

Nel volume Era tanto un bravo ragazzo, la giudice analizza i segnali della violenza e il ruolo dell’educazione familiare.

Paola Di Nicola Travaglini ha pubblicato il libro «Era tanto un bravo ragazzo», dedicato ai segnali che possono precedere la violenza maschile. La magistrata ne ha parlato anche in occasione di un incontro sulla legge contro il femminicidio e sul Codice rosso.

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I segnali del patriarcato

Tra le espressioni più difficili da riconoscere ci sono quelle che sembrano semplici consuetudini. Di Nicola Travaglini ha raccontato che, anche quando indossa la toga, le professioniste vengono chiamate «signora», mentre agli uomini viene attribuito automaticamente il titolo di dottore.

Secondo la magistrata, anche il baciamano in un ufficio pubblico non è soltanto una forma di cortesia: riflette un’idea di protezione femminile incompatibile con la parità tra uomini e donne.


La lettera rivolta ai padri

Il volume termina con un messaggio indirizzato ai padri, chiamati a diventare esempi concreti per i figli. «I figli guardano come il padre tratta la madre, la cura, la casa, la libertà femminile», ha scritto Di Nicola Travaglini, spiegando che i ragazzi osservano nell’uomo di casa il modello a cui potrebbero assomigliare e le figlie imparano da lì come vengono considerate dagli uomini.

La richiesta non è quella di una perfezione irraggiungibile, ma di comportamenti coerenti. La magistrata ha raccontato di aver regalato un bambolotto al figlio, di avergli insegnato l’uncinetto e di averlo educato ad accettare i rifiuti delle ragazze. In casa, ha aggiunto, non sono mai stati normalizzati gli insulti omofobi o sessisti.


Il padre e la scelta del cognome

Parlando del proprio padre, la giudice lo ha definito «un modello assoluto» per l’educazione alla libertà, all’autonomia economica e ai valori della Costituzione. Magistrato stimato, ha influenzato anche la sua scelta professionale. Tuttavia, essendo nato nel 1933, era cresciuto dentro una cultura patriarcale che, secondo la figlia, ha espresso soprattutto nel rapporto con le quattro figlie e nella gestione della casa.

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La scelta del doppio cognome è nata da una riflessione personale. Un giorno, mentre firmava, Di Nicola Travaglini si è accorta che il proprio nome la identificava soltanto come figlia di un uomo. Da qui ha collegato l’assenza del femminile nel linguaggio alla cancellazione delle donne dall’identità. La Corte costituzionale ha riconosciuto per due volte il carattere patriarcale della norma, ma manca ancora una legge sul tema.


Giulia Cecchettin e Gisèle Pelicot

Nel libro trovano spazio anche le vicende di Giulia Cecchettin e Gisèle Pelicot, alle quali l’autrice ha dedicato il volume. Il caso di Giulia, ha spiegato, ha permesso a molte persone di riconoscere i fattori di rischio della violenza nelle relazioni.

Di Nicola Travaglini ha attribuito a Gino Cecchettin e ai suoi figli la capacità di trasformare un lutto devastante in un messaggio rivolto sia agli uomini sia alle donne. La violenza, ha osservato, non dipende necessariamente da follia, abuso di alcol o povertà: può affondare le radici in una cultura condivisa e apparentemente ordinaria.


L’attività della magistrata

Paola Di Nicola Travaglini è consigliera della Corte di Cassazione e nel 2014 ha ricevuto il riconoscimento «Women Inspiring Europe» dell’Eige. Il suo lavoro sul tema della violenza di genere è al centro anche di una lezione aperta al pubblico, riconosciuta dall’Ordine dei giornalisti come attività formativa.

Nella sua famiglia, la figlia Silvia ha utilizzato le parole «patraltro» e «fratellaltro» per indicare il compagno della madre e il figlio di lui, invece di «patrigno» e «fratellastro». Una scelta linguistica pensata per descrivere una famiglia fondata sulla libera scelta dei legami, non soltanto sulla parentela biologica, e sottoposta anche all’attenzione dell’Accademia della Crusca.

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