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Ordine mondiale in crisi: la Cina vuole riscrivere le regole

Il politologo Emidio Diodato analizza il passaggio dall’egemonia statunitense a un sistema ancora incerto, tra ambizioni cinesi e divisioni europee.

Il tramonto della centralità americana non coincide automaticamente con l’arrivo di un secolo cinese. Secondo Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all’Università per Stranieri di Perugia, il sistema internazionale sta attraversando una fase più articolata: Washington non riesce più a sostenere da sola l’ordine costruito nel dopoguerra, ma nessun’altra potenza appare pronta a ereditarne integralmente il ruolo.

La sua analisi è contenuta nella nuova edizione, profondamente rielaborata, di “Che cos’è la geopolitica”, pubblicata da Carocci. Il volume affronta anche il significato di una parola ormai utilizzata per descrivere conflitti, commerci, tecnologie e decisioni governative, ma spesso senza una definizione condivisa.

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La Cina punta sugli standard globali

Per Diodato, parlare di mondo post-americano non significa prevedere con certezza una nuova Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina. L’ipotesi di una struttura multipolare resta possibile, ma la trasformazione in corso potrebbe seguire una direzione diversa: Pechino non mirerebbe soltanto a diventare uno dei grandi poli del sistema, bensì a incidere sui criteri con cui viene definita l’idea stessa di civiltà.

«La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà», osserva il politologo. La strategia cinese si manifesta anche attraverso la proposta di un organismo internazionale dedicato alla cooperazione e alla gestione dell’intelligenza artificiale, con sede a Shanghai. Creando nuove sedi decisionali, Pechino può contribuire a stabilire priorità e norme senza affidarsi esclusivamente alle istituzioni già esistenti.

Il progetto si inserisce in una narrazione nazionale che guarda al futuro, pur richiamandosi a una tradizione millenaria. In questo senso, il “sogno cinese” presenta alcune analogie con il destino manifesto statunitense: entrambi collegano l’ascesa di una potenza a una più ampia visione dell’ordine mondiale.


La geopolitica oltre gli eserciti

Nel suo libro Diodato ripercorre oltre un secolo di studi, dai teorici della potenza navale e terrestre Alfred Thayer Mahan e Halford Mackinder fino alle analisi contemporanee su sicurezza regionale, globalizzazione e identità culturali. L’obiettivo è ricomporre una disciplina spesso frammentata, nella quale la stessa espressione assume significati differenti a seconda di chi la utilizza.

Il metodo proposto considera tre livelli collegati: quello geostrategico, quello geoeconomico e quello geoculturale. La posizione geografica resta importante, ma il potere passa anche da infrastrutture, reti finanziarie e commerciali, tecnologie e capacità di imporre standard accettati a livello internazionale.

L’autore mette inoltre in guardia dal rischio che la geopolitica diventi una sorta di “egopolitica”, cioè una lettura del mondo modellata soprattutto sulle convinzioni dell’osservatore. Per evitare questa deriva, il volume utilizza la metafora biblica della torre di Babele e invita a distinguere con maggiore precisione concetti e strumenti di analisi.

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L’Europa ha risorse ma resta divisa

In questo scenario anche l’Europa potrebbe ritagliarsi un ruolo autonomo. L’Unione dispone di una notevole forza economica e, considerando insieme gli apparati militari dei Paesi europei e del Regno Unito, anche di capacità strategiche significative. Il limite principale, secondo Diodato, non è dunque la scarsità di mezzi.

La difficoltà nasce dalla frattura interna sull’integrazione europea. Le ultime tre legislature del Parlamento europeo mostrano, a suo giudizio, una contrapposizione che non coincide più soltanto con l’asse tra destra e sinistra: il confronto separa anche chi sostiene un’integrazione più stretta da chi la respinge, attraversando temi come economia, diritti, agricoltura e politica estera.

Questa divisione rende più difficile trasformare l’Unione in un soggetto geopolitico unitario. Diodato sottolinea che, se il sistema internazionale si riducesse a una competizione basata esclusivamente sulla forza, il ritardo europeo sarebbe quasi impossibile da recuperare. Tuttavia, l’evoluzione verso un ordine fondato anche su regole, istituzioni e visioni culturali lascia ancora aperto uno spazio per Bruxelles.


Washington riscopre la propria tradizione

La traiettoria americana viene letta attraverso il “destino manifesto”, dalla dottrina Monroe alla costruzione dell’ordine atlantico. In questa prospettiva, la politica di Donald Trump recupererebbe una concezione del potere più antica rispetto all’internazionalismo liberale, fondata sul controllo dei grandi spazi e sulla difesa diretta degli interessi nazionali.

Il richiamo a William McKinley, le pretese su Panama e sull’Artico e la scelta di modificare la denominazione del golfo del Messico vengono interpretati come elementi dello stesso orientamento. Gli Stati Uniti, pur restando la principale potenza del sistema costruito nel Novecento, non sembrano però più in grado di garantire da soli la stabilità dell’ordine internazionale.

Diodato ricorda che l’egemonia americana si era consolidata già durante la Guerra fredda, quando il sistema occidentale e il confronto con l’Unione Sovietica convivevano con organismi globali come le Nazioni Unite e il Fondo monetario internazionale. Oggi quel quadro appare trasformato: il vuoto lasciato dalla precedente centralità statunitense può essere occupato da più iniziative, senza che ciò conduca necessariamente a un mondo privo di regole.

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