Operai e Stato, la lezione rimossa dell’operaismo
Tre volumi di DeriveApprodi aiutano a rileggere l’esperienza operaista italiana, tra analisi del capitalismo, conflitti internazionali e pratica politica nelle fabbriche.
Per capire l’operaismo italiano senza ridurlo a poche formule ormai cristallizzate, conviene tornare ai testi che ne hanno costruito il lessico e il metodo. Tra questi spiccano tre volumi pubblicati da DeriveApprodi: *L’operaismo degli anni Sessanta*, curato da Giuseppe Trotta e Fabio Milana, *Gli operaisti*, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, e il collettivo *Operai e Stato*.
La loro importanza non dipende soltanto dal valore documentario. I tre libri ricostruiscono il percorso di intellettuali e militanti che, tra la fine degli anni Cinquanta e il decennio successivo, cercarono di interpretare i mutamenti della classe operaia e del capitalismo italiano mentre erano ancora in corso. Tra i tre, *Operai e Stato*, apparso per la prima volta all’inizio degli anni Settanta, conserva una particolare forza teorica e politica.
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Un libro contro le letture separate
Il volume affronta questioni molto diverse: l’organizzazione politica, la composizione di classe, la storia dei conflitti sociali tra la fine dell’Ottocento e la prima fase del Novecento rivoluzionario. L’analisi dello sviluppo capitalistico passa anche attraverso il pensiero di John Maynard Keynes, l’esperienza del Nuovo corso promosso da Roosevelt e il confronto tra differenti stagioni di mobilitazione internazionale.
Uno dei suoi risultati più rilevanti consiste nel mettere in discussione la separazione, a lungo adottata dalla storiografia tradizionale del movimento operaio, tra le lotte statunitensi e quelle europee. I saggi mostrano invece la connessione tra i processi capitalistici e i conflitti del lavoro su scala internazionale, facendo procedere insieme ricostruzione storica e critica delle ideologie.
Questa impostazione consente di leggere in modo unitario vertenze britanniche, scioperi americani e trasformazioni produttive, senza considerarli episodi isolati. Il capitalismo viene così osservato come un sistema attraversato da dinamiche comuni, nel quale le esperienze locali possono illuminare fenomeni maturati molto lontano.
Gobbini e la politica dal basso
Un’attenzione particolare merita il contributo di Mauro Gobbini sulla grande mobilitazione britannica del 1926. Non si trattò di una sommossa priva di coordinamento, ma di uno sciopero generale durato nove giorni, capace di fermare il Paese e di coinvolgere oltre 1,7 milioni di lavoratori: la più ampia iniziativa operaia organizzata nella storia della Gran Bretagna.
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Gobbini occupa una posizione meno celebrata rispetto ad altri protagonisti dell’operaismo. Proprio per questo la sua figura restituisce un’idea precisa della militanza: interpretare i processi restando dentro la massa, senza trasformare l’analista in un osservatore separato dal movimento. La sua esperienza, segnata anche dal lavoro svolto in Sicilia accanto a Danilo Dolci, unisce economia, sociologia, condizioni materiali e forme dell’organizzazione collettiva.
Nel saggio dedicato alla vertenza britannica emerge il rifiuto di una politica costruita dall’alto. Strategie e orientamenti, secondo questa prospettiva, devono nascere dall’osservazione diretta di ciò che accade nei luoghi di lavoro: i turni, gli accordi sindacali, le modifiche della produzione e i bisogni concreti degli operai diventano materia dell’inchiesta politica.
Questa presenza quotidiana davanti alle fabbriche e dentro le discussioni dei lavoratori rappresenta il nucleo dell’esperienza operaista. Allo stesso tempo, proprio Gobbini individuerà in seguito il rischio di un suo progressivo indebolimento: la verifica concreta può essere sostituita dalla rivalità tra organizzazioni e dalla corsa verso una guida politica sempre più centralizzata.
Una rilettura ancora aperta
Rimettere in circolo questi tre libri significa quindi sottrarre l’operaismo a una semplice conservazione archivistica. *L’operaismo degli anni Sessanta*, *Gli operaisti* e *Operai e Stato* non offrono un sistema chiuso né una risposta definitiva, ma strumenti per interrogare i cambiamenti sociali e produttivi.
Il loro interesse attuale sta soprattutto nel metodo: osservare le trasformazioni mentre si producono, partire dai rapporti di lavoro e verificare le ipotesi nella pratica. È una prospettiva che riporta al centro la domanda originaria di quella stagione: come riconoscere ciò che sta cambiando nella società e nel lavoro prima che venga trasformato in un racconto già stabilito.
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