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Attualità 2 min di lettura6 giorni fa

Onu, la successione di Guterres svela un ordine rimasto nel 1945

La scelta del nuovo segretario generale mette in luce un Consiglio di Sicurezza ancora bloccato da cinque potenze e da un sistema che lascia fuori gran parte del mondo di oggi.

La corsa per il dopo Guterres è già diventata molto più di una semplice successione diplomatica. Mentre all’Assemblea generale sfilano i rappresentanti di 193 Paesi, la vera partita si gioca lontano dai microfoni: lì emerge tutta la fragilità delle Nazioni Unite.


Cinque paesi tengono il comando

Per ottenere la raccomandazione dell’Assemblea generale, un candidato deve raccogliere almeno nove voti nel Consiglio di Sicurezza e superare l’eventuale veto dei membri permanenti. In pratica, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito conservano un peso decisivo, ben superiore a quello degli altri dieci componenti.

Dopo tre votazioni informali, la costaricana Rebeca Grynspan guida il gruppo con nove «encourage», mentre Carolyn Rodrigues-Birkett, della Guyana, ne ha ottenuti otto. Grynspan, però, ha ricevuto anche cinque «discourage» e Rodrigues-Birkett sei. La partita resta aperta e non è escluso l’ingresso di altri nomi.


Il veto pesa più della riforma

La sostanza, però, non riguarda soltanto il prossimo segretario generale. Il nodo vero è che il meccanismo decisionale dell’Onu continua a somigliare al 1945: il mondo parla nell’Assemblea generale, ma quando deve scegliere chi lo rappresenterà torna alla logica delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale.

La contraddizione è ancora più evidente dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Mosca ha usato il proprio veto restando nello stesso tempo tra i garanti dell’ordine internazionale che dovrebbe essere tutelato. Un paradosso già visto in altre forme, come nel caso dell’Iraq nel 2003, ma qui portato all’estremo.

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La riforma divide anche i riformatori

Non tutti, però, immaginano la stessa via d’uscita. Erdoğan ha chiesto all’Assemblea generale di abolire sia i membri permanenti sia il veto, mentre Mosca si è detta favorevole a un ampliamento del Consiglio purché quelle due leve restino intatte. Anche le proposte europee e italiane divergono: il Parlamento europeo spinge per un seggio permanente dell’Unione, accanto a quello francese, e per un uso più ristretto del veto; l’Italia, con Uniting for Consensus, contesta invece l’idea di nuovi posti permanenti e punta ad allargare la rappresentanza elettiva.

Dentro questo dibattito riemerge una vecchia idea di Marco Pannella e del Partito Radicale, rilanciata da Emma Bonino il 3 dicembre 1996: non aggiungere altri Stati nazionali al tavolo, ma costruire una rappresentanza delle grandi aree regionali del pianeta. In quella stessa audizione Bonino definì «una iattura soprattutto per l’Europa» l’ipotesi di Germania e Giappone come nuovi membri permanenti, perché avrebbe bloccato la nascita di una politica estera comune dell’Unione.

La domanda che resta è la stessa da anni: aggiungere nuovi privilegiati cambierebbe davvero il sistema o si limiterebbe a modernizzare la vecchia fotografia senza toccarne la cornice? Per ora la realtà è questa: l’Africa non ha un seggio permanente, l’India nemmeno, il Brasile neppure, e l’Unione europea non dispone ancora di una voce unica nel cuore del Consiglio di Sicurezza.

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