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Attualità 3 min di lettura42 min fa

Ombrelli bucati a Roma: la legge sulle querele temerarie lascia scoperti 9 casi su 10

CASE Italia contesta il decreto italiano contro le azioni legali intimidatorie e annuncia una petizione per estendere le garanzie anche alle controversie nazionali.

Nove vittime su dieci rischierebbero di restare senza protezione: è l’accusa lanciata da CASE Italia contro il decreto con cui l’Italia ha recepito la direttiva europea 2024/1069 sulle azioni legali temerarie. La protesta è andata in scena a piazza Capranica, a Roma, dove gli organizzatori hanno mostrato ombrelli bucati come simbolo di una tutela ritenuta incapace di riparare chi subisce cause intimidatorie.

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La protezione si ferma ai casi internazionali

Secondo la rete, il provvedimento è arrivato in ritardo, con un’impostazione troppo restrittiva e senza recepire le indicazioni dell’Unione europea. Il punto più contestato riguarda l’ambito di applicazione: le garanzie sarebbero riservate soprattutto alle controversie con elementi transfrontalieri, lasciando fuori la grande maggioranza dei procedimenti che si svolgono interamente in Italia.

Sielke Kelner, portavoce di CASE Italia, ha spiegato durante il presidio che la direttiva europea avrebbe consentito un’interpretazione più ampia. Una causa, infatti, poteva essere considerata transfrontaliera anche in presenza di altri collegamenti rilevanti con un Paese diverso, oltre al domicilio delle parti. Il testo italiano, invece, non avrebbe seguito questa impostazione e finirebbe per escludere le controversie nazionali, che rappresentano almeno il 90% dei casi segnalati.


Società civile esclusa dal confronto

La rete giudica il decreto inefficace e deludente anche per il metodo seguito dal governo Meloni. CASE Italia sostiene che le organizzazioni impegnate sul tema non siano state coinvolte nella preparazione del provvedimento e che l’unica audizione parlamentare a loro disposizione abbia registrato la presenza di appena tre parlamentari del Movimento 5 Stelle.

Le osservazioni presentate durante quell’incontro, secondo la portavoce, non sarebbero state inserite nel testo. Il confronto si sarebbe così ridotto a “un mero esercizio formale”, proprio mentre il provvedimento veniva esaminato a ridosso dell’anniversario della morte di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa il 16 ottobre 2017 e bersaglio, in precedenza, di numerose azioni legali intimidatorie.


Nel mirino anche le cause penali

CASE Italia avrebbe voluto estendere le misure di protezione ai procedimenti interni e alle cause penali, comprese quelle per diffamazione. Si tratta, secondo la rete, di uno degli strumenti più utilizzati in Italia contro giornalisti, attiviste, ricercatrici, segnalatori di illeciti e cittadini impegnati nel dibattito pubblico.

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L’associazione ricorda inoltre che l’Italia è il Paese dell’Unione europea con il numero più elevato di azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, note con l’acronimo inglese SLAPP. La manifestazione ha quindi accompagnato la richiesta di modificare la legge con una petizione rivolta al governo e al Parlamento.


Le voci dalla manifestazione romana

Martina Turola, responsabile della comunicazione di The Good Lobby, ha collegato gli ombrelli danneggiati al contenuto del decreto: “Invece di proteggere chi è sotto attacco, lascia quasi tutti esposti alla pioggia di azioni legali temerarie”. Tra i partecipanti figuravano anche Vittoria Baldino, Elisabetta Piccolotti e Valentina Grippo, rispettivamente esponenti del Movimento 5 Stelle, di Alleanza Verdi e Sinistra e di Azione.

Alla protesta ha preso parte anche il comico Daniele Fabbri, citato in giudizio dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo un monologo satirico. La richiesta di risarcimento ammonta a 20mila euro e, secondo Fabbri, sarebbe motivata da presunti “profondi strascichi sulla psiche”. Il comico ha criticato l’assenza della presidente del Consiglio all’udienza e ha definito preoccupante l’azione di una figura di potere contro un artista.

CASE Italia, che riunisce 17 organizzazioni tra cui The Good Lobby, Osservatorio Balcani Caucaso, Amnesty International Italia e Rete No Bavaglio, intende ora portare la questione davanti alla Commissione europea. L’obiettivo dichiarato è contestare la conformità del decreto alla direttiva e ottenere almeno un ampliamento della nozione di controversia transfrontaliera.

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