Occidente, il vero test arriva da Delhi e Riyad: la tesi del nuovo libro
Paolo Messa contesta l’idea di un declino inevitabile e indica nelle società aperte la capacità di correggere gli errori e restare competitive nel mondo
La vitalità dell’Occidente non si misurerà dalle rassicurazioni rivolte a Londra, Parigi o Washington. Il banco di prova sarà la capacità di convincere Jakarta, Riyad, Delhi, Brasilia e Pretoria che mantenere legami stretti con economie aperte resta vantaggioso.
È questa la sfida indicata da Paolo Messa nel libro *L’Occidente è vivo. W l’Occidente*, pubblicato da Rubbettino: non dimostrare che le democrazie siano perfette, ma mostrare che continuano a offrire opportunità, innovazione e strumenti per correggere i propri fallimenti.
La partita si gioca oltre l’Occidente
Secondo Messa, il modello democratico non può contare su una vittoria garantita dalla storia. Deve misurarsi ogni giorno sul terreno delle istituzioni, delle tecnologie, delle infrastrutture e delle idee, competendo con proposte concrete e non soltanto con dichiarazioni di principio.
L’autore guarda quindi ai Paesi che non vogliono allinearsi stabilmente né con il blocco occidentale né con un ipotetico fronte alternativo. India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita e Turchia seguono interessi propri. Per questo l’Occidente dovrebbe puntare su investimenti, sicurezza, reti infrastrutturali, accordi tecnologici e collaborazioni paritarie, senza pretendere come condizione iniziale un’adesione ideologica.
Non è ancora la fine della storia
Nelle pagine del volume non c’è spazio per l’idea di una conclusione definitiva del confronto storico. La democrazia resta un sistema esposto alla concorrenza e può conservarsi forte soltanto se dimostra di saper produrre risultati, attrarre persone e generare nuove soluzioni.
Essere vivi, osserva il ragionamento di Messa, non equivale a essere invulnerabili. Significa avere ancora interessi da difendere, errori da riconoscere e possibilità da costruire. Il futuro del modello aperto dipenderà dunque dalla sua capacità di rinnovarsi, non dalla convinzione di essere già arrivato al traguardo.
Il declino annunciato da sempre
L’idea di un Occidente prossimo al tramonto ritorna ciclicamente. Oswald Spengler ne parlava all’inizio del Novecento; più avanti furono lo shock petrolifero, la stagflazione, la crescita giapponese e la crisi finanziaria del 2008 a occupare il centro delle diagnosi pessimistiche. Oggi sul banco degli imputati compaiono Cina, polarizzazione politica, debito, inverno demografico, guerre e instabilità internazionale.
Ogni volta il sistema viene descritto come ormai compromesso. Eppure, dopo ciascuna crisi, continua a presentarsi all’appuntamento successivo. Messa costruisce il suo libro proprio su questa contraddizione e contesta il passaggio automatico dalla difficoltà alla decadenza, dalla fragilità alla condanna storica.
La fragilità esibita dalle democrazie
Una delle tesi centrali riguarda la diversa visibilità dei problemi. Le società democratiche discutono, protestano, pubblicano dati negativi, indagano sugli scandali e sottopongono i governi al giudizio di opposizioni, stampa ed elettori. I regimi autoritari, invece, possono nascondere le proprie crepe e presentare all’esterno un’immagine ordinata.
Da qui nasce quella che Messa considera un’illusione ottica: un sistema aperto può sembrare più debole proprio perché rende pubbliche le proprie difficoltà. «L’Occidente non è in crisi perché discute i propri problemi: discute i propri problemi perché è vivo», scrive l’autore.
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Un’autocrazia può apparire rapida ed efficace quando deve realizzare un’opera, imporre una politica industriale o limitare il conflitto. Il punto decisivo emerge quando arriva l’errore: nelle democrazie il dissenso può trasformarsi in inchieste, alternanza elettorale e correzioni legislative; nei sistemi chiusi la stessa struttura che ha prodotto la decisione può anche proteggerla dalle contestazioni.
Il peso non si conta solo col Pil
Messa invita inoltre a non valutare la forza occidentale attraverso il solo peso sul prodotto interno lordo mondiale. La quota relativa è diminuita anche perché miliardi di persone sono entrate nell’economia globale e grandi Paesi come Cina e India hanno accresciuto la propria presenza. Confondere questa riduzione percentuale con un arretramento assoluto, però, offrirebbe una lettura parziale del secolo attuale.
Occorre osservare dove si concentrano università, capitali, laboratori, brevetti, imprese internazionali e talenti. Vanno considerati anche i luoghi scelti dagli studenti e dai ricercatori, oltre alla capacità di produrre musica, serie televisive, linguaggi, mode e modelli di consumo. Silicon Valley, Berlino, Milano, Netflix, il dollaro, il design italiano, la ricerca biomedica statunitense e gli atenei britannici fanno parte di un sistema fondato sulla circolazione di persone, idee e risorse.
Nel testo viene richiamato anche *On Freedom* di Timothy Snyder, pubblicato nel 2024, con una formula che lega libertà e consapevolezza dell’errore: «La libertà comporta il riconoscimento di avere torto». La forza del modello aperto, quindi, non consisterebbe nell’immunità dagli sbagli, ma nella presenza di meccanismi capaci di individuarli e correggerli.
Il pessimismo come arma politica
La percezione del declino, secondo Messa, non nasce soltanto dalle iniziative di Mosca o Pechino. Le potenze autoritarie possono però sfruttare con facilità il malcontento già presente nelle società occidentali. Il loro obiettivo non è necessariamente dimostrare che l’autocrazia funzioni meglio, bensì insinuare che la democrazia sia ipocrita, disordinata e incapace di mantenere le promesse.
Il riferimento è anche al rapporto del National Endowment for Democracy del 2024 sulle narrazioni autoritarie, richiamato dall’autore attraverso il lavoro di Joseph Siegle. La propaganda può prendere un’inchiesta sulla corruzione e trasformarla nella prova che tutto sia corrotto; una protesta in strada può diventare il simbolo del caos; un’elezione contestata può essere presentata come il preludio al collasso delle istituzioni.
Per Messa, la risposta non può essere la censura della critica. Eliminare il dissenso confermerebbe proprio l’accusa rivolta alle democrazie. La distinzione necessaria è quella tra controllo dei poteri e autoflagellazione, tra informazione e manipolazione, tra prudenza analitica e rassegnazione.
Neppure i Brics, la Shanghai Cooperation Organization e gli altri formati internazionali compongono davvero un fronte autoritario unito da una dottrina comune. A collegarli sono soprattutto interessi convergenti, tecniche di conservazione del potere, propaganda, canali finanziari poco trasparenti e il vantaggio reciproco derivante dall’indebolimento delle democrazie.
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