15.000Lettori online ora
Attualità 5 min di lettura30 set

Occidente, il declino è un’illusione? La sfida raccontata da Messa

Paolo Messa contesta la lettura secondo cui crisi, rivalità geopolitiche e perdita di peso economico segnerebbero la fine delle società aperte.

Essere ancora vivi non equivale a essere invulnerabili. Per Paolo Messa, però, la vitalità dell’Occidente si riconosce proprio dal fatto che conserva risorse, istituzioni e capacità creativa sufficienti per reagire alle proprie difficoltà. La posta in gioco non è dimostrare un’immortalità storica, ma capire se esista ancora la possibilità di perdere qualcosa e, soprattutto, di costruire qualcosa di nuovo.

Il modello democratico, dunque, non può considerarsi vincitore per una presunta direzione obbligata della storia. Deve continuare a misurarsi con altri sistemi sul terreno delle istituzioni, delle tecnologie, delle infrastrutture e delle idee.


Il declino torna sempre di moda

L’idea della fine occidentale attraversa da decenni il dibattito pubblico. Cambiano di volta in volta il nemico e la causa: Oswald Spengler evocava il tramonto già all’inizio del Novecento, mentre in seguito sono stati indicati come minacce lo shock petrolifero, la stagflazione, la crescita del Giappone, la crisi finanziaria del 2008, la Cina, il debito, l’invecchiamento e le guerre.

Ogni fase sembra annunciare un punto di non ritorno, ma il sistema occidentale continua a presentarsi all’appuntamento successivo. È su questa contraddizione che Paolo Messa costruisce L’Occidente è vivo. W l’Occidente, pubblicato da Rubbettino: il volume non nega le crisi, ma rifiuta di trasformarle automaticamente in una sentenza storica.


La democrazia mostra le proprie crepe

Secondo Messa, una parte della debolezza percepita nasce da un confronto falsato. Le società aperte espongono conflitti, scandali, errori e fallimenti attraverso giornali, opposizioni, indagini e proteste; i regimi autoritari, invece, possono celare le fratture dietro l’immagine dell’ordine. Da qui la sua formula: “L’Occidente non è in crisi perché discute i propri problemi: discute i propri problemi perché è vivo”.

Un potere autocratico può apparire rapido ed efficace quando deve imporre una scelta economica, avviare opere o concentrare risorse. La difficoltà emerge quando quella decisione si rivela sbagliata: in un sistema pluralista l’errore può essere denunciato, sottoposto al voto e corretto; in una struttura chiusa rischia di restare protetto dall’apparato che lo ha prodotto.

Il punto non è sostenere che le democrazie evitino gli sbagli. Timothy Snyder, nel libro On Freedom del 2024, ha collegato la libertà alla disponibilità a riconoscere i propri errori. Per Messa, la forza del modello aperto risiede proprio nella presenza di meccanismi capaci di individuare, contestare e rivedere le decisioni.


Pil e talenti raccontano un’altra storia

La riduzione della quota occidentale sul Pil mondiale è un dato reale, ma non coincide necessariamente con una perdita assoluta di potenza. Dopo l’ingresso di miliardi di persone nell’economia globale e la crescita di Cina, India e altri grandi Paesi, sarebbe anzi sorprendente che quella percentuale fosse rimasta invariata.

Per valutare il peso di un sistema, occorre quindi guardare anche alla distribuzione delle università, dei brevetti, dei capitali e della ricerca. Contano inoltre le destinazioni scelte da studenti, scienziati, imprenditori e professionisti, così come la capacità di produrre linguaggi culturali, musica, serie televisive, mode e abitudini di consumo.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Silicon Valley, Berlino e Milano rappresentano, insieme a Netflix, al dollaro, al design italiano, alla ricerca biomedica statunitense e agli atenei britannici, componenti di una rete fondata sulla circolazione di persone, idee e investimenti. In questo quadro la libertà non è soltanto un valore politico: funziona anche come strumento concreto per attirare energie e innovazione. È per questo che Messa definisce l’Occidente la “civiltà più desiderabile”, ricordando che le persone possono esprimere la propria preferenza anche scegliendo dove vivere e lavorare.


La partita decisiva è geopolitica

La forza occidentale viene però messa in discussione anche sul piano della reputazione. Il rapporto del National Endowment for Democracy del 2024, richiamato da Messa, mostra che Russia e Cina non devono dimostrare la superiorità dell’autoritarismo: è sufficiente alimentare il dubbio sulla capacità delle democrazie di mantenere le loro promesse.

La strategia consiste nel presentare ogni scandalo come prova di una corruzione generale, ogni protesta come caos e ogni elezione contestata come il segnale di un collasso istituzionale. Il pessimismo interno diventa così una risorsa per gli avversari, che possono indebolire il prestigio democratico senza proporre un modello alternativo davvero condiviso.

Questo non significa reagire limitando la libertà di critica. Una simile risposta finirebbe per confermare l’accusa di ipocrisia rivolta alle società aperte. La distinzione necessaria è quella tra controllo del potere e autoflagellazione, tra informazione e manipolazione, tra prudenza realistica e fatalismo.


Gli Stati Cerniera non scelgono blocchi

L’esistenza di Brics, Shanghai Cooperation Organization e di numerosi altri tavoli internazionali non dimostra la nascita di un fronte autocratico unito da una dottrina comune. A legare questi Paesi sono soprattutto interessi convergenti, pratiche di conservazione del potere, propaganda, finanza poco trasparente e il vantaggio reciproco derivante dall’indebolimento delle democrazie.

India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita, Turchia e altri Stati non sembrano intenzionati a schierarsi in modo permanente con uno dei due presunti campi. L’errore occidentale, secondo Messa, è stato pensare che crescita, commercio e modernizzazione avrebbero prodotto automaticamente istituzioni politiche simili a quelle occidentali.

La risposta non può consistere nel riproporre una contrapposizione rigida da nuova guerra fredda. Servono invece infrastrutture, investimenti, tecnologia, sicurezza e intese costruite su interessi condivisi. In questa direzione si collocano l’Imec, gli accordi nel Golfo e il Piano Mattei, progetti che puntano a creare legami senza esigere dai partner una preventiva adesione ideologica.

Il risultato della competizione si misurerà soprattutto a Jakarta, Riyad, Delhi, Brasilia e Pretoria: sarà la convenienza di mantenere rapporti profondi con economie e società aperte a determinare la loro scelta. L’Occidente, perciò, dovrà dimostrare la propria utilità prima ancora di rivendicare la propria superiorità.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere