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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Neurodivergenze, la diagnosi sostiene il benessere oltre i pregiudizi

Dsa, Adhd, autismo e altre condizioni riguardano fino al 20% della popolazione e richiedono comprensione, non etichette.

La diagnosi può aiutare le persone neurodivergenti a riconoscere e affrontare la propria sofferenza. Non si tratta di trasformare una differenza in una malattia, ma di offrire strumenti adeguati per migliorare funzionalità e benessere.

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Una differenza, non una malattia

Con il termine neurodivergenza si descrivono variazioni naturali del funzionamento neurologico rispetto alla media della popolazione. Possono creare ostacoli in determinati ambienti e, in altri casi, tradursi in capacità o modalità di pensiero differenti.

Secondo le stime, tra il 15% e il 20% delle persone presenta almeno una forma significativa di neurodivergenza. I Disturbi Specifici dell’Apprendimento sono tra i più diffusi e interessano circa il 5-8% della popolazione: riguardano l’acquisizione e la stabilizzazione di alcune abilità scolastiche, in presenza di intelligenza nella norma e senza deficit sensoriali o neurologici.


Le principali condizioni

Una quota analoga riguarda il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, noto come Adhd, che può incidere sulla gestione dell’attenzione, sull’impulsività e sull’attività motoria. Le conseguenze possono riflettersi sul percorso scolastico, sulle relazioni e sull’equilibrio emotivo.

La disprassia interessa il 2-6% della popolazione e coinvolge coordinazione motoria e pianificazione dei movimenti. L’autismo riguarda l’1-3% e comprende profili molto diversi, con possibili difficoltà nella comunicazione sociale, nella regolazione degli stimoli e nella flessibilità dei comportamenti. La sindrome di Tourette, caratterizzata da tic motori e vocali, interessa invece lo 0,3-1%.

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I pregiudizi da superare

Tra le forme meno conosciute c’è l’Alto Potenziale Cognitivo, stimato nel 2-5% della popolazione. Le capacità intellettive superiori alla media possono convivere con forte sensibilità emotiva e problemi di integrazione. Nel libro “Le mani di Gloria” (Om, 2025), Gloria Torri, madre di una ragazza plusdotata, usa l’espressione “anime cristallo” per richiamare autenticità, vulnerabilità e intensità emotiva: una metafora, non una definizione scientifica.

Nel volume “Diversamente intelligenti” (Feltrinelli, 2026), Stefano Vicari, professore di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica, individua tre rappresentazioni distorte: il bambino prodigio, la persona considerata soltanto un problema e il cosiddetto “tipo strano”. Secondo Vicari, quest’ultima immagine è particolarmente insidiosa perché presuppone l’esistenza di un unico modo corretto di essere.


Il ruolo della diagnosi

La conoscenza, secondo Vicari, è il primo strumento per contrastare queste semplificazioni. La valutazione clinica non dovrebbe quindi servire a catalogare ogni differenza, ma a comprendere quando una condizione produce un disagio concreto e richiede sostegno.

«La diagnosi intercetta la sofferenza profonda per affrontarla: la neurodivergenza può non recare disturbo o un dolore enorme. La diagnosi è lo strumento per supportare la funzionalità e il benessere della persona», ha spiegato Vicari. In questa prospettiva, riconoscere una neurodivergenza non coincide con la sua medicalizzazione: significa individuare le difficoltà e le risorse di ciascuno.

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