Narges Mohammadi: «L’Iran ci colpisce da ogni lato
La premio Nobel racconta la repressione, la resistenza quotidiana delle iraniane e il prezzo personale pagato nella lotta contro il regime.
La paura più grande, oggi, non riguarda soltanto il possibile ritorno in prigione. Narges Mohammadi descrive una società iraniana stretta tra conflitti esterni, repressione interna, crisi economica e oppressione politica: «Le persone subiscono violenza da ogni direzione».
La premio Nobel per la Pace 2023 parla dalla sua abitazione di Teheran, dove si trova temporaneamente per curarsi. Il rientro in carcere resta possibile, ma le sue condizioni renderebbero quella prospettiva particolarmente rischiosa: le terapie, spiega, non hanno ancora prodotto miglioramenti sostanziali. Dalla sua esperienza di detenzione è nato anche il libro “Una donna non si arrende mai”, pubblicato da Marsilio.
La repressione non ha spento la protesta
Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha cambiato la società iraniana in profondità, secondo Mohammadi. La mobilitazione nata dopo la morte di Mahsa Amini, di cui il 16 settembre ricorre il quarto anniversario, ha accelerato trasformazioni che altrimenti avrebbero richiesto molto più tempo e ha coinvolto ambienti considerati a lungo impermeabili al cambiamento.
La Nobel definisce “autorità dei manifestanti” la capacità acquisita dai cittadini di organizzarsi nonostante il rischio di perdere la vita, il lavoro, gli studi, il sostentamento o la libertà. La protesta, sostiene, ha oltrepassato i confini iraniani e mediorientali, diventando una delle esperienze più significative della storia delle lotte femminili.
Non servono necessariamente grandi cortei per misurare gli effetti di quella rivolta. Mohammadi li individua nei comportamenti di tutti i giorni: molte donne escono ancora senza velo, pur sapendo che le norme non sono state abolite e che anche un dettaglio dei capelli può esporle all’arresto.
A suo giudizio, le iraniane hanno trasformato il modo stesso di intendere la resistenza. Le loro azioni, spesso creative e individuali, hanno modificato la cultura, indebolito l’autorità dello Stato e restituito dignità ai cittadini. Anche le manifestazioni dell’8 e 9 gennaio, aggiunge, hanno mostrato che la società continua a reagire dopo anni di violenze e repressione.
Il corpo delle donne come campo di potere
Per Mohammadi, il controllo esercitato su abbigliamento, capelli, trucco e canto non è un insieme di prescrizioni isolate. Governare il corpo femminile rappresenta il modo con cui un potere autoritario dimostra di poter dominare metà della popolazione e, attraverso quella sottomissione, consolidare il controllo sull’intero Paese.
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In questa prospettiva, il velo obbligatorio non sarebbe soltanto una regola presentata come religiosa né una misura giustificata dalle autorità con la tutela della sicurezza. La Nobel lo considera soprattutto uno strumento politico, utile a imporre obbedienza e a rafforzare l’apparato repressivo.
La formula secondo cui la democrazia non potrà esistere finché alle donne saranno negati i diritti riassume il punto centrale della sua posizione. Per lei, la libertà femminile non è una questione separata dal futuro istituzionale dell’Iran, ma una condizione indispensabile per qualsiasi cambiamento democratico.
Il prezzo pagato nella vita privata
Mohammadi ha trascorso 161 giorni in isolamento, ha affrontato 14 arresti e 10 processi, oltre a condanne che superano complessivamente 44 anni di carcere e 154 frustate. Il marito è stato incarcerato e i due figli gemelli sono rimasti separati da lei; la donna è stata inoltre picchiata e condannata a passare almeno altri 18 anni dietro le sbarre.
Anche durante la detenzione, tuttavia, non ha interrotto la sua attività. Alcune sue testimonianze sono riuscite a uscire clandestinamente dal carcere di Evin grazie alla collaborazione di altre detenute, trasformando l’esperienza personale in una denuncia pubblica.
La sua scelta ha avuto conseguenze anche sul piano familiare. In una società dove la maternità viene spesso considerata il principale dovere di una donna, Mohammadi è stata criticata per aver trascurato, secondo alcuni, il ruolo di madre. Lei respinge questa lettura, ma riconosce quanto sia difficile tenere insieme maternità, matrimonio, identità personale e impegno per i diritti umani.
Non considera quelle accuse soltanto il frutto di ostilità individuali. Le interpreta come il riflesso di una pressione sociale più ampia, che grava sulle donne e tende ad aggiungere responsabilità a responsabilità. La sua battaglia, spiega, è anche un tentativo di portare alla luce quella contraddizione.
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