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Attualità 4 min di lettura41 min fa

Motta e il caso indie: «La paura mi serve ancora

Al MEI di Faenza, l’artista ripercorre La fine dei vent’anni, il rapporto con il successo e le contraddizioni di una scena che ha riunito percorsi molto diversi.

La paura di non avere più nulla da dire accompagna Motta mentre lavora al nuovo disco. È una sensazione che il cantautore ha ritrovato anche durante la tournée celebrativa dedicata a La fine dei vent’anni, l’album d’esordio pubblicato dieci anni fa e diventato uno dei simboli della stagione comunemente definita “indie”.


Il passato non va inseguito

Riprendere quei brani gli ha permesso di tornare a un periodo segnato dalla fine dei Criminal Jokers, dalla solitudine e dall’incertezza. Quelle canzoni, legate anche ai genitori e a relazioni ormai lontane, gli hanno mostrato quanto sia cambiato nel frattempo, sia personalmente sia artisticamente.

«La paura fa bene, la paura di non dare niente per scontato è un po’ quella che sto avendo adesso nell’approccio del disco nuovo», ha spiegato Motta. Suonare nuovamente l’album nella forma con cui era nato, compresi gli ampi momenti strumentali pensati per allungare una scaletta allora molto breve, gli ha restituito energia e una libertà che sentiva di avere smarrito.

L’artista non considera però il recupero del passato un invito a ripeterlo. Secondo Motta, nella carriera può capitare di perdere la concentrazione sulle cose davvero importanti; il passaggio decisivo consiste nel riconoscere il cambiamento e ritrovare la propria direzione, senza inseguire ciò che si è già fatto.


L’etichetta “indie” e le differenze

La fine dei vent’anni nacque come un racconto unitario, costruito insieme a Riccardo Sinigallia. Per Motta, la forza di un disco risiede anche nella posizione che ogni canzone occupa nella sequenza complessiva: i brani si sostengono a vicenda e producono un significato più ampio rispetto a quello dei singoli estratti.

L’etichetta “indie”, secondo il cantautore, finì per raccogliere musicisti e linguaggi molto lontani tra loro. In quegli anni lui si ritrovò accostato, negli stessi articoli, ad artisti già pienamente orientati verso il pop. Una sovrapposizione che lo aiutò a raggiungere un pubblico più vasto, anche se spesso lasciava spiazzate le persone che assistevano ai suoi concerti.

«“Indie” forse era il nome messo sopra una busta per cercare di comprarli tutti», ha osservato. A suo giudizio, il problema non è il successo né il passaggio al circuito più popolare: diventano discutibili soltanto quando dietro a una scelta artistica avverte un calcolo o un’imitazione costruita per compiacere qualcuno.


Il MEI riunisce una scena frammentata

Il tema sarà al centro della presenza di Motta al MEI, il Meeting delle Etichette Indipendenti ideato e coordinato da Giordano Sangiorgi. La manifestazione tornerà a Faenza, in provincia di Ravenna, dall’1 al 4 ottobre con l’edizione “30 e lode!”, dopo una precedente edizione capace di superare le 30mila presenze.

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Il programma prevede concerti, incontri, riconoscimenti e appuntamenti dedicati alla filiera indipendente. Tra gli ospiti figurano Lamante, Birthh, Cisco, il Duo Bucolico insieme agli España Circo Este e Lorenzo Kruger, voce dei Nobraino.

Per Motta, iniziative di questo tipo hanno un valore che va oltre la celebrazione dei musicisti emergenti. Il MEI aveva già riconosciuto i Criminal Jokers premiando il testo di Fango, molto prima che arrivassero le principali occasioni della sua carriera. Inoltre, manifestazioni del genere consentono a persone con percorsi e generi differenti di incontrarsi in un momento in cui, secondo l’artista, prevale spesso la tendenza a occuparsi soltanto del proprio percorso.


Dal primo al secondo album

La stagione che aveva riunito artisti diversi sotto la stessa definizione si è poi esaurita, anche per effetto della crisi dell’industria discografica. Motta non individua una sola spiegazione: pensa che le case discografiche abbiano cercato nuovi territori e che, dentro quella grande categoria, fossero confluiti brani pop insieme ad altri di natura molto diversa.

Nel suo percorso, il cantautore dice di avere continuato a seguire ciò in cui credeva, senza progettare ogni scelta in funzione della reazione del pubblico. Ammette però di essersi talvolta lasciato condizionare dagli apprezzamenti ricevuti, un atteggiamento che oggi considera uno dei passaggi meno convincenti della propria esperienza.

Il confronto con l’album d’esordio non lo ha spinto a replicarne la formula. A suo avviso, il secondo lavoro, quello che spesso mette maggiormente alla prova un artista, si è rivelato più definito e ha fornito molti dei brani che ha continuato a portare più spesso sul palco.

In quel periodo la possibilità di registrare a New York con musicisti come Mauro Refosco rappresentò una delle occasioni che contribuirono a costruire il nuovo percorso. Per Motta, la sfida consisteva nel non ripetersi, mantenendo però la concentrazione necessaria per trasformare il cambiamento in una direzione riconoscibile.

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