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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Mosca non nasconde il piano: Ucraina vassalla, Europa divisa

Dai documenti degli analisti russi alle parole di Zelensky e Merz, il rischio indicato è quello di un continente indebolito e più facile da ricattare

Il futuro immaginato da una parte dell’establishment strategico russo non si limita alla conquista di territori ucraini: prevede anche un’Europa frammentata, costretta a trattare con Mosca Stato per Stato. È questo l’elemento che rende la guerra contro Kyiv una questione direttamente legata alla sicurezza politica del continente.

Volodymyr Zelensky lo ha riassunto in un’intervista al Corriere della Sera: «L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme». Nelle stesse ore, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, parlando a Bloomberg, che «l’Europa sottovaluta la minaccia russa». Secondo Merz, l’obiettivo di Vladimir Putin non sarebbe soltanto sottomettere l’Ucraina, ma destabilizzare l’intero assetto politico europeo.

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Il progetto russo va oltre Kyiv

Le ipotesi più favorevoli a Mosca, diffuse da anni da diversi analisti russi, immaginano per l’Ucraina la perdita di Kyiv, Odesa e Kharkiv. Le alternative prospettate comprendono l’annessione alla Russia, la trasformazione del Paese in uno Stato cuscinetto subordinato al Cremlino oppure la nascita di un nuovo Stato slavo orientale. In nessuno di questi scenari agli ucraini viene riconosciuta una scelta autonoma.

Un rapporto dell’Istituto Tsargrad, presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo nel giugno 2025 con il contributo di Aleksandr Dugin, colloca questo disegno entro il 2036. Per il 2050, lo stesso orizzonte prevede una Russia incaricata di guidare la sicurezza e la giustizia mondiale: prima l’eliminazione delle libertà nei Paesi vicini, poi una pretesa direzione dell’ordine globale.

Queste posizioni arrivano dai margini del potere e non equivalgono a una decisione ufficiale del governo russo. Tuttavia, diventano più difficili da liquidare come fantasie isolate quando ricompaiono negli scritti di esperti riconosciuti, nelle pubblicazioni di istituzioni rispettate e nei mezzi di comunicazione controllati dallo Stato.


L’Europa è l’obiettivo strategico

Un esempio è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi componente del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo del maggio 2025 ha sostenuto che Unione europea e Nato resteranno contrapposte alla Russia, indicando nei rapporti bilaterali con i singoli governi l’unico canale utile per il futuro.

Trenin ha inoltre suggerito di sfruttare le tensioni tra europei e americani e di prepararsi ai possibili cambiamenti politici nei Paesi dell’Unione. Nel suo testo vengono contemplati anche attacchi contro infrastrutture logistiche, industriali e politico-militari europee, fino all’eventualità di un ricorso alle armi nucleari nelle situazioni estreme.

La logica è precisa: un’Europa unita costituisce un avversario, mentre i singoli Stati possono essere affrontati separatamente, facendo leva sulle rispettive fragilità e convenienze. L’integrazione europea resta incompleta e spesso conflittuale, ma proprio per questo, nella prospettiva russa, rappresenta un ostacolo da indebolire.


La minaccia nucleare come ricatto

Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di rendere nuovamente credibile la minaccia atomica, abbassando la soglia per il suo impiego. Tra le ipotesi indicate figurava anche un attacco contro un Paese europeo, con l’obiettivo di spezzare la volontà occidentale di sostenere Kyiv.

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Il ragionamento presenta l’escalation come uno strumento per scongiurare una crisi peggiore. In sostanza, agli europei verrebbe chiesto di arrendersi per essere protetti proprio dal pericolo rappresentato da chi li minaccia.

Ancora più radicale era stato il progetto delineato nell’aprile 2022 da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti. La cosiddetta denazificazione dell’Ucraina avrebbe comportato la cancellazione dell’identità nazionale, la repressione politica, il controllo della cultura e dell’istruzione e un percorso di rieducazione lungo almeno una generazione.


Cosa comporterebbe una resa

Un’Ucraina trasformata in vassallo o lasciata come zona grigia permanente produrrebbe conseguenze anche per l’Unione europea: nuovi flussi di profughi, maggiore competizione sul fronte energetico, ulteriore polarizzazione politica e un precedente utile a chi vuole trattare separatamente con ogni capitale.

Non sarebbe l’unica causa di una possibile disgregazione europea, ma potrebbe accelerare tensioni già presenti. Per questo un accordo di pace dovrebbe essere valutato sulla libertà lasciata agli aggrediti e sulle garanzie capaci di impedire una nuova offensiva.

Se l’Ucraina potesse sopravvivere soltanto obbedendo a Mosca, la guerra verrebbe congelata senza rimuovere il potere dell’aggressore di riaprirla. Allo stesso modo, se l’Europa rinunciasse alla propria capacità di difesa per tranquillizzare il Cremlino, finirebbe per rendere più efficace la pressione esercitata contro di essa.


Le divisioni fanno comodo al Cremlino

La convenienza russa a sfruttare le fratture occidentali è emersa anche nelle reazioni alle recenti mosse politiche internazionali. Dopo la pubblicazione da parte di Washington della nuova Strategia per la sicurezza nazionale, un politologo vicino a Putin ha celebrato l’isolamento dell’Europa, accusando le sue istituzioni di avere aspettative irrealistiche sulla guerra.

A luglio Dmitry Peskov aveva lodato la disponibilità di Donald Trump ad ascoltare le posizioni di Putin. All’inizio di ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare ad acquistare gasolio russo e ha criticato Zelensky per non aver convocato elezioni. Nello stesso periodo, Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei hanno ribadito che soltanto la pressione può produrre risultati.

La domanda conclusiva riguarda dunque la scelta occidentale: per quale ragione l’Europa dovrebbe contribuire, con le proprie divisioni e con l’indebolimento del sostegno a Kyiv, alla realizzazione dello scenario più favorevole a Mosca?

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