337notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 3 min di lettura19 ott

Moderati, ma di cosa? La parola che nasconde il vero conflitto politico

L’idea di un centro equilibrato viene presentata come una costruzione linguistica utile a proteggere privilegi e a frenare ogni reale cambiamento sociale.

La parola “moderazione” sembra evocare equilibrio, prudenza e buon senso. Nel dibattito politico italiano, però, viene spesso impiegata come una formula rassicurante dietro cui occultare interessi molto concreti: la difesa degli assetti esistenti e dei gruppi che ne traggono vantaggio. È questa, in sintesi, la tesi al centro della riflessione sulla lingua politica sviluppata dall’autore.

Offerta del giorno20 ottobre

LOOKFANTASTIC

-22% su LOOKFANTASTIC

Scade tra 4 giorni
******


Il vocabolario che altera la politica

Secondo questa lettura, l’eredità comunicativa costruita nell’epoca di Silvio Berlusconi non sarebbe scomparsa con la fine della sua stagione politica. Al contrario, continuerebbe a influenzare il modo in cui televisione, partiti e commentatori descrivono la società, trasformando termini apparentemente neutri in strumenti per orientare il consenso e rendere meno visibili i conflitti.

Nel mirino finiscono anche parole come “giustizialismo” e “populismo”. La prima, nata in un contesto storico legato al movimento peronista argentino, sarebbe stata piegata a un significato polemico contro chi invoca legalità e responsabilità pubblica. La seconda, originariamente riferita alla critica delle élite, è diventata spesso un’etichetta per liquidare ogni contestazione delle classi dirigenti.

L’autore sostiene che oggi il passaggio decisivo riguardi soprattutto la costruzione delle alleanze sociali. Per impedire che si formi un fronte favorevole a un cambiamento concreto, il lessico politico ricorrerebbe a parole capaci di attenuare le differenze e di presentare come naturale l’ordine già esistente.


Il centro che non si trova

In questo schema, il cosiddetto campo moderato sarebbe una categoria più immaginaria che reale: una zona intermedia collocata tra progressismo radicale e conservatorismo, a cui si attribuiscono misura e razionalità. L’obiezione è che la politica non preveda necessariamente una posizione mediana tra ogni sì e ogni no, soprattutto quando sono in gioco diritti, risorse e rapporti di potere.

La tesi proposta è che l’attuale sistema non sia diviso tra una destra conservatrice e una sinistra riformatrice nettamente riconoscibili. Esisterebbe piuttosto una competizione tra forze accomunate dalla tutela di interessi consolidati, pur con differenze di linguaggio e di collocazione. In tale contesto, “moderato” finirebbe per indicare chi difende i propri vantaggi attraverso richiami all’ordine e alla sicurezza.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.


I privilegi dietro l’etichetta

La ricerca del consenso moderato, osserva l’autore, significherebbe allora rivolgersi soprattutto ai ceti più protetti delle grandi città: dai Parioli romani ad Albaro a Genova, da San Babila a Milano ai quartieri benestanti di Torino. Non si tratterebbe soltanto di una collocazione geografica, ma del simbolo di una trasformazione sociale maturata negli ultimi decenni del Novecento.

La vecchia borghesia legata alla sobrietà e al lavoro sarebbe stata sostituita da nuovi gruppi arricchiti attraverso finanza, debito pubblico, speculazione ed evasione fiscale. Charles Wright Mills sintetizzò questa dinamica con una frase ricordata nel testo: «I gruppi installati al gradino più alto sono orgogliosi, quelli non ancora arrivati sono vanitosi».

Proprio questi ultimi, secondo l’analisi, non avrebbero interesse a sostenere una proposta capace di modificare l’ambiente sociale che ne ha favorito l’ascesa. Un possibile spazio politico resterebbe invece tra le persone che hanno abbandonato il voto per disillusione. Raggiungerle, però, richiederebbe un progetto credibile e non il semplice ricorso a formule rassicuranti.

La conclusione è netta: liberarsi da quel vocabolario significherebbe sottrarre nuova vita all’impronta culturale del berlusconismo. Continuare a usare senza esame parole come “moderazione” rischierebbe, nella prospettiva dell’autore, di mantenere in circolazione anche dopo la morte del suo principale promotore una concezione della politica fondata su ambiguità, consenso emotivo e difesa dei privilegi.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere