Moda, la sfida dei nuovi talenti: chi prova a farsi spazio a Milano
Tra sfilate collettive, identità in trasformazione e costi sempre più alti, le accademie milanesi mostrano il percorso dei designer emergenti
La Milano Fashion Week non racconta soltanto le maison più affermate. Tra gli appuntamenti ufficiali e gli spazi dedicati alla ricerca emergono anche gli studenti delle accademie, alle prese con il passaggio dai progetti su carta agli abiti reali, destinati a essere indossati e valutati da un pubblico professionale.
Per chi studia moda, il debutto arriva in un momento tutt’altro che semplice. Le spese per la formazione, i materiali, i campionari, la comunicazione e gli showroom pesano sui bilanci, mentre il rallentamento del lusso e le difficoltà della filiera rendono più arduo trasformare una ricerca personale in un’attività indipendente. In questo scenario, Istituto Marangoni e Istituto Europeo di Design hanno proposto due modelli diversi per mettere in scena il lavoro dei nuovi designer.
Marangoni mette in scena l’identità
Il 21 settembre, a Palazzo Turati, dieci studenti del terzo anno del corso di Fashion Design & Accessories di Istituto Marangoni hanno aperto idealmente la settimana milanese con Dysflexion. Il progetto ha preso le mosse da un’identità instabile, soggetta a continui cambiamenti e priva di confini definitivi, soprattutto in una generazione abituata a muoversi tra dimensione fisica e virtuale.
Le collezioni hanno tradotto questa idea attraverso linguaggi molto diversi. Benedetta Battaglia, con Nature’s Half Life, ha associato il trauma alla rinascita della natura, usando fiori trasformati in accessori dai colori intensi e dall’aspetto radioattivo. Alessandro Ponasi, in What’s Hidden Behind a Pleat, ha invece scomposto il completo maschile per lavorare sull’ambiguità di genere.
Geometrie irregolari, volumi espansi e asimmetrie hanno caratterizzato anche le proposte di Ziming Quan e Gongyi Guo. La prima ha inserito elementi ispirati agli origami in Le Paradis Surréaliste; la seconda ha guardato all’architettura di Zaha Hadid per costruire il trench di L’Appuntamento. Sara Madella, vincitrice dell’edizione con Fare e Disfare, ha riletto il ready-made e alcune intuizioni dei fratelli Castiglioni attraverso tagli e pieghe capaci di modificare continuamente la forma dell’abito.
Il contrasto è passato anche dai materiali: fibre leggere accostate a superfici rigide, tessuti tecnici vicino a lavorazioni più raffinate e strutture capaci di alterare la silhouette hanno reso visibile la tensione tra elementi opposti.
IED trasforma la sfilata in dialogo
Il 25 settembre, alla Rotonda della Besana, IED ha presentato The Process, show costruito intorno a 14 talenti: Amina Aubakirova, Camilla Barazzetta, Keyra Cannas, Giulio Censori, Costanza Barbieri, Greta Ciabrelli, Mattia Ginexi, Corinne Librizzi, Nicoletta Marazia, Michelle Paglione, Alessandro Paolucci, Andrea Spinelli, Zeminghui Zhu e Maria Zybaczynski.
Il progetto comprendeva 13 collezioni, ma la sua particolarità risiedeva soprattutto nel metodo. Gli abiti di studenti differenti sono stati combinati in una stessa silhouette attraverso i junction looks, mettendo alla prova la compatibilità tra visioni personali e trasformando la passerella in un esercizio di collaborazione. Una scelta che ha riportato al centro il tempo della ricerca e il valore del lavoro manuale, in opposizione alla velocità con cui oggi immagini e proposte possono essere generate dagli strumenti digitali e dall’intelligenza artificiale.
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Tra i lavori presentati c’era Undoing di Keyra Cannas, costruito su volumi ampi e materiali morbidi per suggerire un continuo alternarsi tra comparsa e cancellazione. A Metabolic Method, firmata da Costanza Barbieri e Giulio Censori, ha utilizzato componenti modulari, combinabili e riconfigurabili, mantenendo una struttura basata su linee essenziali.
Ha attirato l’attenzione anche Maledetto Destino, Il Tuo Volto Non Parla Di Bontà di Zhu Zeminghui, che ha trattato il corpo come un dispositivo di comunicazione visiva, spostandolo verso una dimensione vicina a quella dell’avatar.
Il debutto resta una corsa a ostacoli
Le due sfilate mostrano approcci differenti: Marangoni ha affidato a ogni studente una capsule collection autonoma, mentre IED ha fatto della contaminazione tra progetti il proprio punto di forza. In entrambi i casi, però, il passaggio dalla scuola al mercato rimane complesso e richiede molto più di una buona idea.
Le famiglie e gli studenti sostengono costi elevati per la formazione con la speranza di attirare l’interesse di talent scout, uffici stile e media. All’esterno delle accademie, però, la riduzione della domanda internazionale di beni di lusso, le chiusure dei laboratori terzisti e il ricorso alla cassa integrazione rendono più fragile l’intero sistema produttivo.
Il ricambio ai vertici creativi è già iniziato, ma tra la conclusione degli studi e una posizione di direzione creativa si apre ancora un percorso lungo. A Milano Marcello Pipitone continua a sviluppare una ricerca fondata sull’upcycling e sulla cultura urbana, mentre Galib Gassanoff ha raggiunto una dimensione internazionale con il progetto Institution.
In una settimana affollata di appuntamenti, dedicare tempo ai nomi emergenti richiede quindi una scelta precisa. È proprio nelle accademie, nel Fashion Hub di Camera Nazionale della Moda Italiana e negli altri spazi di scouting che si può osservare la fase in cui un linguaggio personale prova a diventare una presenza concreta nell’industria.
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