Moab sull’Iran: il colpo che potrebbe cambiare la guerra
L’ordigno convenzionale già impiegato in Afghanistan tornerebbe tra le opzioni statunitensi, ma la sua efficacia contro i siti sepolti resta incerta.
Un eventuale ricorso alla Moab contro l’Iran avrebbe un peso che andrebbe oltre i danni provocati sul campo. L’impiego dell’ordigno potrebbe infatti servire alla Casa Bianca come dimostrazione di forza, ma rischierebbe anche di innescare una risposta iraniana e di ampliare il conflitto nell’area.
L’ipotesi, riportata da ricostruzioni basate su funzionari statunitensi informati sui piani, rientrerebbe in uno scenario più ampio: colpire infrastrutture energetiche e obiettivi legati al programma nucleare per poi valutare una riduzione dell’impegno militare. Il risultato politico e strategico, tuttavia, non sarebbe garantito.
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Un’arma difficile da portare sul bersaglio
La GBU-43/B non può essere impiegata da qualunque velivolo. Nel raid condotto in Afghanistan nell’aprile 2017 venne utilizzato un MC-130, versione destinata a compiti speciali di un aereo da trasporto militare.
La scelta del mezzo e la possibilità di raggiungere l’area operativa in condizioni sicure rappresentano quindi aspetti decisivi. Anche la pianificazione logistica potrebbe incidere sulla concreta realizzabilità di un attacco contro l’Iran.
La minaccia torna nei piani Usa
Donald Trump ha prospettato la possibilità di nuovi attacchi contro Teheran. In questo quadro, gli apparati militari statunitensi avrebbero preparato diverse opzioni da attuare prima o dopo le elezioni di medio termine, qualora arrivasse l’ordine di riprendere le operazioni.
Tra gli obiettivi valutati figurerebbero strutture energetiche e installazioni nucleari. La Moab sarebbe una delle armi prese in considerazione, ma il suo eventuale utilizzo contro l’Iran segnerebbe un innalzamento evidente del livello dello scontro.
Moab, potenza senza testata nucleare
La Moab è una bomba convenzionale identificata dalla sigla GBU-43/B. Il nome deriva dall’espressione inglese che descrive un’esplosione aerea di grande potenza; le stesse iniziali hanno alimentato il soprannome “madre di tutte le bombe”.
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Il progetto risale al 2003 e punta a liberare una quantità enorme di energia su una zona estesa. Non si tratta però di un ordigno atomico: l’effetto distruttivo è prodotto esclusivamente da esplosivi convenzionali.
L’esplosione in superficie non basta
La bomba viene guidata con il Gps e detona sopra il terreno. Questa modalità consente all’onda d’urto di propagarsi su un’area ampia, diversamente dalle munizioni concepite per penetrare il suolo o le protezioni prima di esplodere.
È proprio questa caratteristica a lasciare aperta la questione principale sul possibile impiego in Iran. Una detonazione aerea può devastare ciò che si trova in superficie, ma non offre la stessa capacità di raggiungere strutture nascoste sotto spessi strati di roccia e cemento.
Il caso di Pickaxe Mountain
Tra gli obiettivi ipotizzati ci sarebbe Pickaxe Mountain, complesso sotterraneo iraniano che Washington e Israele collegano alla conservazione di componenti del programma nucleare di Teheran. La profondità e la protezione naturale garantita dalla montagna renderebbero però incerto l’esito del bombardamento.
Le perplessità riguardano soprattutto la possibilità che la Moab riesca a neutralizzare installazioni collocate molto in profondità. Il precedente afghano, inoltre, non offre una comparazione completa: nel 2017 l’ordigno fu usato contro grotte e gallerie occupate dall’Isis, non contro un impianto nucleare fortificato.
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