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Attualità 6 min di lettura6 min fa

Milano, vetrine infrante e paura: perché i camionisti sono passati in secondo piano

Due giornate di saccheggi nel centro del capoluogo lombardo hanno dominato il dibattito, mentre i blocchi di autotrasportatori e agricoltori producevano disagi estesi in molte regioni.

La differenza di attenzione tra le rivolte nel centro di Milano e le proteste degli autotrasportatori non dipende soltanto dai danni economici. Da una parte ci sono immagini immediate di vetrine distrutte, negozi svuotati, cassonetti incendiati e scontri con la polizia; dall’altra, una mobilitazione più lunga e diffusa, capace di bloccare rifornimenti e servizi ma meno concentrata in un unico luogo simbolico.

Il fine settimana del 17 e 18 ottobre ha così spostato rapidamente il confronto pubblico dal carovita alla sicurezza urbana. Nel frattempo, nel Sud, camionisti e agricoltori contestavano il costo del carburante, i compensi insufficienti e i ritardi negli aiuti alle imprese, provocando ripercussioni su supermercati, trasporti e raccolta dei rifiuti.

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Due proteste, effetti molto diversi

A Milano le tensioni sono esplose poco dopo l’avvio della manifestazione convocata da “Italia in piazza”, rete nata sui social e attiva in diverse città. Nel pomeriggio del 17 ottobre, gli scontri hanno raggiunto piazza Duomo: tra i partecipanti c’erano anche molti minorenni, arrivati dall’hinterland e da altre province lombarde. Gli appelli alla mobilitazione erano circolati su TikTok, Instagram e Telegram.

Il giorno seguente altri messaggi online hanno riportato in centro gruppi di giovanissimi. Le azioni si svolgevano rapidamente: vetrine e arredi venivano danneggiati, la merce era portata via e i ragazzi si allontanavano prima dell’arrivo degli agenti, per poi ricomparire in un’altra strada. Foot Locker, Decathlon, Vodafone e il Carrefour di via Torino sono stati tra gli esercizi colpiti; Confcommercio ha quantificato in circa un milione di euro la somma tra distruzioni e incassi perduti.

Nel Mezzogiorno, invece, la protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori ha avuto un impatto meno spettacolare ma concreto sulla vita quotidiana. Erano già attivi blocchi sulla statale 16, nel Brindisino, e sulla Bradanica, nei pressi di Melfi, quando il 16 ottobre il fermo si è esteso a Sicilia e Calabria. In Campania, camion e trattori hanno presidiato i caselli di Caianello, Caserta Sud e Nola.

Le consegne ai punti vendita sono state ostacolate e le autocisterne sono rimaste ferme nei depositi di Napoli Est. A Napoli e Avellino sono diventati difficili da reperire prodotti freschi, latte, pasta e acqua; le scorte ridotte di benzina e gasolio hanno creato problemi anche ad ambulanze, trasporto pubblico e servizi ambientali. Il pastificio Rummo ha comunicato il 20 ottobre l’interruzione della produzione per l’assenza di materie prime.


I saccheggi hanno cambiato l’agenda

Il 21 ottobre Luca Ciriani ha riferito alla Camera il bilancio delle operazioni: 343 persone sono state portate negli uffici di polizia, 48 sono finite in arresto e 50 sono state denunciate. Due giorni dopo è diventato operativo il decreto sicurezza del governo Meloni, con nuove disposizioni sulla violenza organizzata durante le manifestazioni, una presunzione sulla capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra 14 e 17 anni, salvo dimostrazione contraria, e l’impiego di altri 500 militari a Milano fino al 31 dicembre.

Sempre il 23 ottobre la Digos ha effettuato perquisizioni in 18 città, tra cui Como, Genova e Bari, nell’ambito dell’inchiesta sui disordini. Il provvedimento legislativo e l’attività investigativa hanno contribuito a mantenere il caso milanese al centro dell’attenzione politica, mentre il governo aveva già stanziato circa 175 milioni di euro per le categorie colpite dai blocchi: 105,2 milioni all’autotrasporto, 60 all’agricoltura e 10 alla pesca.

Il 24 ottobre a Milano sono scese in strada circa 15mila persone, secondo la Questura, senza che si ripetessero le razzie dei giorni precedenti. I controlli hanno portato a cinque arresti, 44 denunce e all’identificazione di 2.921 persone. Nello stesso giorno, però, Bologna e Torino hanno registrato nuovi incidenti: a Bologna 19 persone sono state accompagnate al pronto soccorso e 24 appartenenti alle forze dell’ordine sono rimasti feriti; a Torino almeno due manifestanti hanno ricevuto cure sul posto.

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La protesta dei trasportatori si è invece attenuata dopo l’intesa sugli aiuti. Una volta sospese le agitazioni in Sicilia e Calabria, nella notte tra il 22 e il 23 ottobre sono stati rimossi i presidi autostradali campani e quello al varco Bausan del porto di Napoli.


Il nodo delle responsabilità online

Nel racconto degli scontri è comparso anche il termine “maranza”, parola del gergo giovanile usata per indicare un ragazzo percepito come tamarro o appartenente alla periferia. Il vocabolo circola dagli anni Ottanta e viene associato a tute e accessori di marca, talvolta falsi, oltre che a comportamenti ostentatamente aggressivi. L’origine resta discussa: tra le ipotesi figurano un legame con “marocchino” e “zanza”, oppure con il termine meridionale “maranza”, cioè “melanzana”, influenzato da espressioni dispregiative diffuse nel linguaggio giovanile.

La Questura ha sostenuto che alcuni partecipanti avessero l’intenzione di provocare disordini già dall’inizio del corteo. In via Broletto, all’incrocio con via San Tomaso, sono stati lanciati sassi, bottiglie e ordigni artigianali contro gli agenti; le cariche hanno spezzato il corteo e spinto gli scontri verso Cordusio e piazza Duomo. In seguito sono state costruite barricate con transenne, cestini e fioriere in via Torino e corso Italia, mentre nei pressi di San Babila è stato preso d’assalto il negozio Foot Locker.

La procura di Milano ha disposto il fermo di Youssef Siher nella serata del 24 ottobre. Il trentenne, nato a Gavardo, ha studiato Comunicazione e Scienze politiche all’Università Statale di Milano, ha fatto uno stage all’ISPI nel 2024 e ha collaborato con testate giornalistiche occupandosi di Tunisia, Sudan, Mar Rosso e Pakistan.

Secondo gli investigatori, Siher avrebbe amministrato insieme alla moglie Sagia Hammoud, mediatrice interculturale di 32 anni, i canali Telegram e Instagram del “Movimento 17 ottobre”. La donna è indagata senza custodia per istigazione a delinquere; a Siher vengono contestate, secondo le informazioni giudiziarie disponibili, l’istigazione a delinquere aggravata, l’associazione con finalità di terrorismo e la violenza organizzata durante le manifestazioni.

Resta però da chiarire il passaggio più delicato: la gestione dei canali social non dimostra automaticamente che i loro amministratori abbiano diretto i saccheggi. Proprio il rapporto tra quei messaggi e le violenze è oggetto dell’indagine.


L’ipotesi di una regia esterna

Il 20 ottobre Guido Crosetto, parlando a Roma durante un incontro dedicato agli approvvigionamenti della Difesa, ha definito gli scontri il prodotto di una «guerra ibrida». Il ministro ha evocato l’azione di «qualcuno» capace di agire nei Paesi occidentali tramite strumenti non tradizionali, compresi TikTok, YouTube e altri social, senza attribuire pubblicamente la responsabilità a uno Stato preciso.

Il giorno dopo Matteo Piantedosi ha ridimensionato le conclusioni affrettate, spiegando che gli investigatori non disponevano ancora di elementi materiali sufficienti per provare un comando proveniente dall’estero. È stata riportata anche l’ipotesi di contatti tra il “Movimento 17 ottobre” e gruppi di hacker, ma il quadro investigativo, per come emerge dalle informazioni disponibili, non consente di stabilire una responsabilità russa né una regia straniera certa.

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