Meloni e Schlein sotto pressione: il potere di Vannacci e Conte
Il generale e il leader del Movimento 5 Stelle trasformano le paure dei partiti maggiori in strumenti di negoziazione dentro le rispettive coalizioni.
La partita non riguarda soltanto il risultato delle suppletive di Reggio Calabria o la distanza nei sondaggi tra Pd e Movimento 5 Stelle. In gioco c’è la possibilità, per Roberto Vannacci e Giuseppe Conte, di condizionare le scelte dei partiti più grandi sfruttandone il timore di perdere voti e alleati. È così che la competizione interna può trasformarsi in potere contrattuale.
Vannacci misura la forza del ricatto elettorale
Il responso atteso questo pomeriggio a Reggio Calabria dirà se il movimento di Vannacci sarà riuscito a sottrarre consensi al centrodestra. Un risultato negativo per la coalizione guidata da Giorgia Meloni renderebbe più probabile l’apertura di una trattativa in vista delle elezioni politiche, aumentando il peso del generale. Il valore della sua presenza, infatti, non dipende soltanto dai voti raccolti, ma anche dai seggi che potrebbe togliere agli alleati.
Vannacci ha definito Reggio la sua «Sassonia», evocando il territorio tedesco associato all’AfD e indicando così il riferimento europeo della propria iniziativa. Di fronte alla sua avanzata, Meloni ha scelto di utilizzare toni vicini a quelli del generale sul decreto scuola, sebbene il contenuto definitivo del provvedimento non abbia coinciso con gli annunci iniziali.
La questione politica è quindi se rincorrere Vannacci sui temi identitari consenta davvero di recuperare consensi oppure finisca per legittimarne l’agenda. Quando una destra di governo accetta che la propria coerenza venga giudicata secondo il metro del generale, gli riconosce comunque una quota di indirizzo, indipendentemente dall’esito del voto calabrese.
Conte alza il prezzo dell’alleanza
Sul versante opposto, Giuseppe Conte dispone di una leva differente. Il Pd punta a costruire un’alternativa di governo e considera il Movimento 5 Stelle un alleato necessario: questa posizione permette al suo leader di presentare le proprie scelte come condizioni a cui gli altri dovrebbero adeguarsi.
A Prato, durante il convegno dei riformisti, Giorgio Gori ha messo in guardia proprio dal rischio di un Pd subordinato a una forza che dispone di circa metà dei suoi voti. Il divario, tuttavia, si sta riducendo. Un sondaggio pubblicato l’altro ieri dal Corriere della Sera ha registrato un avvicinamento tra i due partiti: ogni punto guadagnato da Conte rafforza il suo potere di veto.
Il sostegno all’Ucraina sarà uno dei dossier destinati a chiarire chi detterà la linea e chi sarà costretto a seguirla. Ma il passaggio più delicato emerso a Prato ha riguardato il confronto interno al Pd sul disegno di legge contro l’antisemitismo basato sulla definizione IHRA.
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Il caso Fiano scuote il Pd
Emanuele Fiano ha contestato il voto contrario annunciato dal Partito democratico e ha ricordato di avere proposto un dibattito pubblico, esterno ai consueti passaggi tra Senato e sede del partito. Ha chiesto anche incontri e momenti di approfondimento sul Medio Oriente, sull’antisemitismo e sul razzismo, senza ricevere, a suo dire, una risposta concreta.
La sua critica va oltre il merito della legge: riguarda il modo in cui una decisione tanto rilevante è arrivata alla fase conclusiva senza un confronto politico aperto. Fiano ha richiamato le vittime del 7 ottobre e quelle palestinesi, le violenze commesse dai coloni e i colloqui avuti con esponenti dell’opposizione israeliana e rappresentanti palestinesi.
Da qui il rifiuto di considerare la lotta all’antisemitismo incompatibile con la contestazione delle politiche di Netanyahu. Fiano ha inoltre chiesto a Elly Schlein perché oggi il Pd si discosti dal sostegno alla definizione IHRA espresso da Schlein nel 2017, quando era al Parlamento europeo. Ha ricordato che quella posizione era stata accolta dal governo Conte 2, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Partito democratico, e successivamente confermata dal governo Draghi.
Nel suo intervento, Fiano ha riassunto il problema con una frase: «Quando un partito cambia una scelta senza che cambino le condizioni, vuol dire che sta perdendo l’identità». A suo giudizio, un mutamento di linea richiede una motivazione politica chiara; altrimenti può apparire legato soprattutto alla necessità di non compromettere il rapporto con Conte.
La paura diventa potere
Il generale e il leader del Movimento 5 Stelle appartengono a storie e schieramenti lontani, ma il meccanismo che li favorisce è simile. Entrambi possono trasformare l’ansia del partito maggiore — Meloni teme di consegnare elettori a Vannacci, Schlein di indebolire l’intesa con Conte — in capacità di imporre condizioni alla coalizione.
Il rischio, secondo la critica emersa a Prato, non si misura soltanto attraverso percentuali e seggi. Partiti costretti a inseguire il concorrente o l’alleato più piccolo possono perdere la fiducia degli elettori nella solidità delle proprie convinzioni. Fiano ha definito questo esito «perdere sé stessi»: il percorso, nella lettura proposta, coincide con una progressiva sottomissione alle paure elettorali.
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