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Attualità 4 min di lettura53 min fa

Meloni al Senato: il prezzo delle scelte su energia, Kiev e bilancio Ue

In vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, la presidente del Consiglio ha difeso il sostegno all’Ucraina e chiesto misure contro il caro energia, fissando i limiti italiani sul bilancio europeo.

Il sostegno all’Ucraina resta confermato, ma sul fronte energetico il governo chiede interventi immediati per ridurre il peso delle bollette su famiglie e imprese. È questa la linea indicata da Giorgia Meloni nelle comunicazioni al Senato in preparazione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, insieme a una posizione rigida sul futuro bilancio dell’Unione e sui principali dossier internazionali.

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Energia, l’allarme sulla competitività

Secondo la presidente del Consiglio, il costo dell’energia rappresenta oggi il principale ostacolo alla competitività dell’economia europea. Meloni ha sostenuto che le imprese dell’Unione non possono confrontarsi con i grandi concorrenti globali pagando l’energia in modo strutturalmente più oneroso, né affrontare la transizione ambientale al prezzo di una perdita della base industriale.

“Servono soluzioni ora, con bollette più leggere per famiglie e imprese”, ha dichiarato Meloni al Senato. La premier ha anche sollecitato una revisione delle regole europee nate in un contesto diverso da quello attuale, perché ogni costo aggiuntivo imposto alle aziende europee finirebbe per favorire i concorrenti internazionali.

Le tensioni sulle rotte commerciali e sulle catene di rifornimento, ha spiegato, stanno aumentando le spese per trasporti e assicurazioni. Il conto ricade poi sui prezzi dell’energia, sui carburanti, sulla spesa quotidiana e sui bilanci delle imprese. Per questo l’Italia ha lavorato a un’intesa in ambito G7, che prevede l’immissione sui mercati di una quantità significativa di carburante, anche per scongiurare eventuali difficoltà legate alle esportazioni statunitensi.


Il dissenso sul gasolio russo

Meloni ha definito molto rischiosa l’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump. Pur riconoscendo la necessità di contenere i costi energetici, la presidente del Consiglio ha osservato che l’aumento dei prezzi dei carburanti dipenderebbe soprattutto dalla guerra in Iran e non dal conflitto in Ucraina. Di conseguenza, a suo giudizio, i possibili benefici della scelta restano incerti mentre i rischi risultano evidenti.

Tra le conseguenze indicate dalla premier ci sono una possibile legittimazione politica di Mosca, nuove risorse finanziarie per sostenere la guerra e un indebolimento delle sanzioni. L’Italia, ha aggiunto, non può ignorare il contrasto tra questa eventuale apertura e gli sforzi compiuti finora dagli Stati occidentali, compresi gli Stati Uniti, per spingere Vladimir Putin verso un negoziato.


Kiev, sostegno senza arretramenti

Sul conflitto in Ucraina, Meloni ha ribadito che Roma continuerà ad appoggiare Kiev e a esercitare pressione sulla Russia. La sua posizione è che un’interruzione della resistenza ucraina non produrrebbe automaticamente la pace, ma potrebbe tradursi nell’occupazione di un Paese europeo e in un ritorno dell’imperialismo sovietico.

“La pace che vogliamo, e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta”, ha detto la presidente del Consiglio. Nel suo intervento ha richiamato anche la repressione sovietica delle rivolte di Praga e Budapest e il Muro di Berlino, respingendo l’idea che la resa di chi difende la propria libertà possa essere definita pace.

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Bilancio Ue, la data non basta

Il negoziato sul bilancio dell’Unione entrerà, secondo Meloni, nella fase più complessa: quella dedicata all’ammontare complessivo delle risorse e alla loro provenienza. La presidente del Consiglio ha ricordato che l’Italia ha già ottenuto modifiche rispetto alla proposta iniziale della Commissione, ma ha avvertito che l’accordo è ancora lontano.

Roma non intende accettare un’intesa soltanto per rispettare l’obiettivo di chiudere il confronto entro la fine dell’anno indicato dalla presidenza irlandese e dalle istituzioni europee. “Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data”, ha affermato Meloni, indicando come priorità la tutela della Politica agricola comune, della Pesca e della Coesione.

Per il governo, agricoltura e pesca sono legate alla sicurezza alimentare e quindi all’autonomia strategica europea. La Coesione, invece, viene considerata essenziale per evitare che alcune aree restino ai margini del mercato unico, con effetti negativi sulla crescita complessiva. Meloni ha quindi escluso una contrapposizione tra le politiche tradizionali e le nuove priorità europee.


Medio Oriente e rimpatri

Nel passaggio dedicato al conflitto tra Hamas e Israele, la premier ha difeso il diritto alla sicurezza dello Stato israeliano e la necessità di mantenere aperto il dialogo con Tel Aviv. Allo stesso tempo ha espresso preoccupazione per la presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria e a Gaza, oltre che per la pressione esercitata sulla popolazione palestinese in Cisgiordania.

Meloni ha ricordato la posizione condivisa dall’Italia con Francia, Germania, Regno Unito e altri partner: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono considerati illegali. Il governo si oppone inoltre all’annessione dei territori e al trasferimento forzato della popolazione palestinese.

Sul tema migratorio, la presidente del Consiglio ha rivendicato il rafforzamento degli strumenti per i rimpatri, attribuendolo anche alle nuove regole europee. Ha riferito che nel corso dell’anno i rientri hanno raggiunto il livello più alto mai registrato nello stesso periodo e ha ringraziato il ministro Matteo Piantedosi e gli operatori impegnati nelle procedure.

Meloni ha infine citato la collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Algeria, Libia e Tunisia. Negli ultimi due anni, circa 65.000 migranti sarebbero rientrati volontariamente nei Paesi d’origine prima di tentare la traversata del Mediterraneo. Per rendere il modello più efficace, ha concluso, è necessaria la massima cooperazione da parte dei Paesi terzi.

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