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Meloni al Senato: energia, Ucraina e migranti, cosa cambia per l’Italia

La premier illustra la linea italiana in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, tra caro energia, sostegno a Kiev, bilancio dell’Unione e rimpatri.

Negli ultimi due anni circa 65.000 migranti hanno fatto ritorno volontariamente nei Paesi d’origine prima di tentare la traversata del Mediterraneo. Giorgia Meloni ha presentato il dato come il risultato della collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Algeria, Libia e Tunisia: altrettante persone, ha osservato, non si sono affidate ai trafficanti.

La presidente del Consiglio ha rivendicato anche l’aumento dei rimpatri, arrivati quest’anno al livello più alto mai raggiunto nello stesso periodo. Nel suo intervento ha ringraziato il ministro Matteo Piantedosi e gli operatori impegnati nel settore, sostenendo che chi entra illegalmente in Italia non debba poter contare sulla permanenza nel Paese.

Le comunicazioni di Meloni al Senato riguardano il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Al centro del confronto ci sono il costo dell’energia, il conflitto in Ucraina, il bilancio dell’Unione europea e le principali crisi internazionali, con un richiamo anche alla gestione dei flussi migratori.

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Rimpatri e accordi con i Paesi terzi

Secondo la premier, le nuove norme europee hanno reso più incisivi gli strumenti per dare seguito ai provvedimenti di espulsione, che per anni sono rimasti spesso senza effetti concreti. Meloni ha attribuito il miglioramento anche al lavoro del ministro dell’Interno e delle strutture che gestiscono i rientri.

Per rafforzare questo modello, ha spiegato, sarà indispensabile una cooperazione più ampia da parte degli Stati terzi. Il testo dell’intervento si interrompe proprio sul passaggio dedicato alla necessità di una collaborazione sempre più stretta con i Paesi di origine e di transito.


Energia, imprese sotto pressione

Meloni ha indicato nel prezzo dell’energia il principale ostacolo alla competitività dell’economia europea. Famiglie e aziende, ha sostenuto, hanno bisogno di interventi immediati sulle bollette, mentre l’Unione dovrebbe rivedere le regole che, nate in un contesto diverso, rischiano oggi di aumentare gli effetti delle crisi.

La presidente del Consiglio ha inoltre messo in guardia dal rischio che la transizione ambientale finisca per indebolire la struttura industriale europea. La sua posizione è stata sintetizzata nella formula: «La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione», soprattutto in una fase segnata da una concorrenza mondiale più dura.


Rotte commerciali e carburanti

Le tensioni sulle rotte marittime e sulle catene di approvvigionamento, ha rilevato Meloni, fanno crescere i costi di trasporto e delle assicurazioni. L’effetto finale ricade sui prezzi dei carburanti, sulle utenze domestiche, sulla spesa quotidiana e sui bilanci delle imprese.

Per affrontare una situazione che nessun Paese può risolvere da solo, l’Italia ha lavorato a un’intesa in sede G7. L’accordo ha previsto l’immissione sui mercati di una quantità consistente di carburante, anche per scongiurare le conseguenze di un possibile arresto delle esportazioni statunitensi.

La premier ha definito rischiosa l’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump. Pur riconoscendo la necessità di contenere il peso dell’energia su famiglie e imprese, Meloni ha osservato che l’aumento dei carburanti dipenderebbe soprattutto dalla guerra in Iran e non dal conflitto ucraino.

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A suo giudizio, i vantaggi della decisione restano incerti mentre sono evidenti i possibili contraccolpi: un riconoscimento politico per Mosca, nuove risorse destinate alla guerra e un indebolimento della pressione esercitata dalle sanzioni occidentali.


Kiev, Mosca e Medio Oriente

Sulla guerra in Ucraina, la presidente del Consiglio ha confermato il sostegno italiano a Kiev e la volontà di mantenere la pressione sul Cremlino. Ha respinto l’idea che la resa ucraina possa coincidere con la pace, sostenendo che aprirebbe invece la strada all’occupazione di un Paese europeo e al ritorno di un imperialismo già sperimentato dal continente.

Nel suo intervento ha ricordato le repressioni di Praga e Budapest e il Muro di Berlino, spiegando che l’obiettivo dell’Italia è una pace capace di garantire la sicurezza europea e gli interessi nazionali. «La posizione dell’Italia non cambia: sostegno a Kiev e pressing nei confronti di Mosca», ha dichiarato al Senato.

Sul confronto tra Hamas e Israele, Meloni ha ribadito che la sicurezza dello Stato israeliano non deve essere messa in discussione, anche alla luce della crescita dell’antisemitismo in diversi Paesi. Allo stesso tempo ha espresso preoccupazione per la presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria e nella Striscia di Gaza.

La premier ha inoltre definito intollerabili le pressioni esercitate sulla popolazione palestinese in Cisgiordania. Richiamando una posizione condivisa con Francia, Germania, Regno Unito e altri partner, ha qualificato come illegali gli insediamenti israeliani nella regione e ha respinto sia l’annessione sia il trasferimento forzato dei palestinesi.


Bilancio europeo, la linea italiana

Nel passaggio dedicato alle finanze dell’Unione, Meloni ha chiarito che il bilancio non rappresenta una semplice operazione contabile, ma lo strumento con cui vengono stabilite le priorità politiche e distribuite le risorse. Il negoziato ha già prodotto alcuni cambiamenti rispetto alla proposta iniziale della Commissione, ma la fase decisiva deve ancora cominciare.

Il confronto più delicato riguarderà l’ammontare complessivo del bilancio e l’individuazione dei finanziamenti necessari. La presidenza irlandese e le istituzioni europee puntano a chiudere l’accordo entro la fine dell’anno, ma per Meloni il calendario non può prevalere sulla qualità dell’intesa.

L’Italia, ha avvertito, non sottoscriverà un compromesso ritenuto svantaggioso pur di rispettare una scadenza. Nel mirino ci sono soprattutto eventuali riduzioni della Politica agricola comune, della Pesca e dei fondi per la Coesione.

Meloni ha collegato agricoltura e pesca alla sicurezza alimentare, considerata una componente dell’autonomia strategica europea. La Coesione, invece, serve a evitare che parti del territorio restino escluse dai benefici del mercato unico e della crescita: per questo, secondo la premier, le politiche tradizionali non sono incompatibili con le nuove priorità dell’Unione.

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