Meloni al Senato: energia, Kiev e bilancio Ue al banco di prova
In vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, la premier difende il sostegno all’Ucraina e chiede interventi rapidi su bollette, competitività e risorse comunitarie.
La linea del governo italiano resta ancorata al sostegno a Kiev e alla pressione diplomatica su Mosca, ma sul tavolo europeo Roma intende portare anche il peso del caro energia, la tutela dell’industria e il futuro del bilancio dell’Unione. Giorgia Meloni lo ha ribadito nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, affrontando anche le crisi in Medio Oriente e il tema dei rimpatri.
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Kiev resta il punto politico centrale
Sull’Ucraina, la presidente del Consiglio ha confermato che l’Italia continuerà ad appoggiare la resistenza del Paese e a esercitare pressioni sulla Russia. Secondo Meloni, un’interruzione della difesa ucraina non produrrebbe automaticamente la pace, ma aprirebbe lo scenario dell’occupazione di uno Stato europeo e di un ritorno dell’imperialismo sovietico.
La premier ha respinto l’idea di equiparare la resa alla soluzione del conflitto, richiamando le repressioni di Praga e Budapest e il Muro di Berlino. «La pace che vogliamo, e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta», ha affermato, sostenendo che soltanto un accordo equo possa garantire stabilità duratura e sicurezza per l’Europa.
Meloni ha inoltre definito molto rischiosa l’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump. A suo giudizio, l’aumento dei prezzi dei carburanti dipende soprattutto dalla guerra in Iran e non dal conflitto in Ucraina: per questo, i possibili vantaggi economici della decisione restano incerti, mentre sono evidenti i rischi politici e strategici.
La riapertura di un canale per le entrate russe, ha osservato la presidente del Consiglio, potrebbe rafforzare Mosca, offrire nuove risorse per finanziare la guerra e indebolire il sistema delle sanzioni. Meloni ha poi ribadito la necessità di mantenere il dialogo con Israele, pur esprimendo preoccupazione per la presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria e a Gaza, oltre che per la pressione esercitata sulla popolazione palestinese in Cisgiordania.
Bollette e industria sotto pressione
Per il governo, il costo dell’energia è oggi il principale ostacolo alla competitività europea. Meloni ha chiesto misure immediate per alleggerire le bollette di famiglie e aziende, avvertendo che le imprese dell’Unione non possono competere sui mercati globali se sostengono costi energetici strutturalmente più elevati.
La transizione ambientale, ha spiegato al Senato, non deve tradursi nella perdita della base industriale europea. «La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione», ha detto, collegando il problema anche alle tensioni sulle rotte commerciali e alle difficoltà nelle catene di approvvigionamento, che fanno crescere trasporti, assicurazioni e prezzi finali.
La risposta, secondo Meloni, deve essere coordinata tra gli Stati. In questa direzione, l’Italia ha lavorato a un’intesa nel G7 che ha previsto l’immissione sui mercati di una quantità rilevante di carburante, anche per scongiurare il rischio di una sospensione delle esportazioni statunitensi con conseguenze pesanti sulle economie europee.
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Il bilancio Ue non può attendere
Nelle comunicazioni parlamentari ampio spazio è stato dedicato anche alla trattativa sul prossimo bilancio dell’Unione. Meloni ha sostenuto che non si tratta di una semplice operazione contabile, ma della scelta concreta delle priorità europee e delle risorse da destinare a ciascun obiettivo.
La premier ha riconosciuto alcuni risultati ottenuti rispetto alla proposta iniziale della Commissione, ma ha avvertito che la fase decisiva deve ancora cominciare. Il confronto riguarderà soprattutto la dimensione complessiva del bilancio e l’individuazione delle entrate necessarie per sostenerlo.
L’Italia non intende accettare un ridimensionamento della Politica agricola comune, della Pesca e della Coesione. Meloni ha collegato agricoltura e pesca alla sicurezza alimentare europea, mentre ha descritto la coesione come una condizione per evitare che interi territori restino esclusi dalla crescita e dal funzionamento del mercato unico.
Rispetto all’obiettivo di chiudere l’accordo entro la fine dell’anno, indicato dalla presidenza irlandese e dalle istituzioni europee, il governo ha assunto una posizione prudente. La data, ha chiarito Meloni, non potrà prevalere sulla qualità dell’intesa: «Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia».
Rimpatri e accordi con i Paesi terzi
Sul fronte migratorio, la presidente del Consiglio ha rivendicato il rafforzamento degli strumenti per rendere effettivi i provvedimenti di espulsione. Ha riferito che nello stesso periodo dell’anno i rimpatri hanno raggiunto il livello più alto mai registrato, attribuendo il risultato anche al lavoro del ministro Matteo Piantedosi e degli operatori impegnati sul campo.
Meloni ha insistito inoltre sulla necessità di intervenire lungo l’intera rotta migratoria, prima della partenza verso il Mediterraneo. Grazie alla collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Algeria, Libia e Tunisia, negli ultimi due anni circa 65.000 persone sono rientrate volontariamente nei Paesi d’origine.
Secondo la premier, quei rientri hanno evitato che altre persone affidassero la propria vita ai trafficanti. Per rendere il modello più efficace, ha concluso, sarà però necessaria una collaborazione ancora più ampia da parte dei Paesi terzi.
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