Melcangi: Israele rischia nuove elezioni, Iran possibile guerra
La politologa vede un Parlamento bloccato e considera possibile la ripresa delle ostilità tra Israele e Iran.
Dopo il voto israeliano, Alessia Melcangi prevede un possibile stallo politico e teme la ripresa del conflitto con l’Iran.
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Le pressioni su Washington
Secondo la politologa, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto da una soluzione improvvisa. Donald Trump avrebbe davanti due strade: cercare un’intesa diplomatica con l’Iran, anche attraverso alcune concessioni, oppure spostare l’attenzione dell’opinione pubblica americana su un’azione più clamorosa.
Il blocco navale statunitense sta incidendo sulla produzione e sulle esportazioni di petrolio iraniano. Tuttavia, i bombardamenti non hanno modificato gli equilibri al vertice di Teheran: il governo è rimasto al suo posto e, nonostante anni di sanzioni, il regime ha sviluppato una notevole capacità di resistenza.
Il rischio di nuove ostilità
Melcangi considera molto elevata la possibilità che, dopo le operazioni militari avviate da Stati Uniti e Israele alla fine di febbraio, il conflitto con l’Iran torni ad accendersi. A suo giudizio, Benjamin Netanyahu potrebbe avere interesse a riaprire le ostilità per riportare il Paese in una condizione di emergenza e guadagnare tempo nella formazione del governo.
Anche l’esito delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti potrebbe incidere. Un risultato molto negativo per Trump, ha osservato la docente, potrebbe spingere la Casa Bianca a cercare un’azione capace di distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne e di lasciare un segno nei due anni finali della presidenza. Netanyahu, secondo l’analisi, sarebbe pronto ad assecondare questa eventualità.
Il Parlamento dopo il voto
Il quadro uscito dalle urne resta senza una maggioranza semplice. Il Likud ha ottenuto 27 seggi su 120, mentre l’insieme delle forze vicine al premier si è fermato a 53. Il fronte contrario a Netanyahu dispone di 48 parlamentari, ma con il sostegno dei partiti arabi potrebbe arrivare a 67.
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La docente di Storia del Medio Oriente alla Sapienza di Roma ritiene quindi possibile una fase di blocco e non assegna a una soluzione un vantaggio netto sulle altre. Tra le ipotesi figura anche il ritorno alle urne, nonostante l’appello del presidente Isaac Herzog a fare tutto il possibile per evitarlo.
Il peso dei partiti arabi
I partiti arabi possono diventare decisivi grazie ai loro numeri e alla capacità mostrata nel mobilitare gli elettori. Melcangi considera praticabile un esecutivo guidato dall’opposizione, con un appoggio esterno delle formazioni arabe, formula che consentirebbe di superare temporaneamente l’impasse.
La politologa esclude invece, almeno per ora, un governo di unità nazionale tra l’opposizione e il Likud. Una collaborazione del genere sarebbe forse più agevole senza Netanyahu, ha spiegato, ma il premier avrebbe un interesse personale a conservare il potere. I cittadini arabi rappresentano il 21,1% della popolazione israeliana, secondo i dati diffusi dal governo nell’aprile scorso.
Un elettorato diviso
La polarizzazione interna, secondo Melcangi, non dipende da orientamenti destinati a cambiare in base agli avvenimenti quotidiani. Il voto avrebbe consolidato posizioni già definite, riducendo il peso degli elettori indecisi e rendendo improbabile un rapido spostamento degli equilibri.
Le critiche del Likud ai partiti arabi, ha aggiunto, sembrano rivolte soprattutto alla propria base e all’opinione pubblica esterna. La politologa ritiene che il risultato elettorale non possa essere modificato delegittimando quelle formazioni, anche perché le proteste contro Netanyahu hanno già mostrato la profondità della contrapposizione politica.
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