Mediterraneo rovente: perché l’autunno rischia eventi estremi
Il 2026 ha superato il primato del 2003 tra caldo persistente, fiumi in difficoltà, incendi e mari italiani fino a quasi 5°C sopra la media
Il Mediterraneo ha accumulato una quantità eccezionale di calore e questo potrebbe rendere più probabili fenomeni violenti nei mesi autunnali. Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr, avverte che l’evaporazione intensa può favorire nubi cariche di precipitazioni, mentre l’energia del mare può rafforzare temporali, venti, trombe marine e persino i cosiddetti “uragani mediterranei”.
Le rilevazioni del progetto Mare Caldo di Greenpeace mostrano che, da maggio 2026, tutte le aree italiane esaminate hanno attraversato più episodi di riscaldamento anomalo delle acque. In alcuni momenti, la temperatura superficiale ha superato di quasi 5°C la media degli ultimi 30 anni.
Il mare caldo preoccupa per l’autunno
L’acqua marina più calda aumenta l’evaporazione e mette a disposizione dell’atmosfera una maggiore quantità di umidità. Quando queste condizioni incontrano perturbazioni e correnti instabili, possono contribuire a precipitazioni intense e a sistemi temporaleschi più organizzati.
Tra gli scenari indicati dagli esperti rientrano supercelle, raffiche molto intense, trombe d’aria e marine e vortici assimilabili a tornado. La combinazione tra calore accumulato e umidità, dunque, potrebbe creare condizioni favorevoli a episodi meteorologici estremi nel prossimo autunno.
Il nuovo primato del caldo europeo
La stagione 2026 ha raggiunto una temperatura media di 21,7°C nell’Europa occidentale, cioè 2,5°C oltre il riferimento 1991-2020. Il valore ha superato il precedente massimo del 2003 e ha reso questa l’estate più calda mai osservata nell’area, oltre che la terza più calda sull’intero continente.
Il caldo non si è concentrato soltanto nei mesi centrali. Giornate eccezionalmente calde sono state registrate anche a maggio e a settembre; complessivamente, per 17 giorni almeno il 60% dell’Europa occidentale ha oltrepassato i 30°C. Nel 2003 erano stati 11 i giorni con la stessa caratteristica, mentre nel 2025 se ne erano contati 7.
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Anche l’indicatore legato alle conseguenze del calore sul corpo umano ha raggiunto livelli senza precedenti: i giorni classificati come caratterizzati da “forte stress termico” sono stati 41, contro i 36 dell’estate 2003. In vaste zone europee, soprattutto a occidente, pure la temperatura dell’aria vicino alla superficie ha toccato valori mai rilevati prima.
Siccità, incendi e infrastrutture sotto pressione
La lunga fase calda e asciutta ha inciso sui corsi d’acqua. Secondo le osservazioni disponibili dal 1992 attraverso il Sistema europeo di allerta sulle piene, luglio e agosto hanno portato condizioni di magra eccezionali e prolungate in numerosi grandi fiumi, tra cui Reno, Danubio, Po, Loira, Rodano e Senna.
Le portate ridotte hanno creato problemi alla navigazione commerciale, alla disponibilità di acqua dolce e alla produzione idroelettrica. In difficoltà anche il raffreddamento dei reattori nucleari, che dipende dalla presenza di risorse idriche adeguate.
Il quadro ha favorito inoltre una stagione degli incendi particolarmente intensa. Al 2 settembre, la superficie bruciata nell’Unione europea risultava quasi doppia rispetto alla media del periodo 2006-2025 per lo stesso momento dell’anno, con Spagna e Francia tra i Paesi maggiormente colpiti.
Samantha Burgess, responsabile strategica per il clima dell’Ecmwf, ha sottolineato che il 2026 ha riunito nello stesso periodo caldo estremo, siccità, fiumi ai minimi e mari molto caldi. Gli effetti, ha spiegato, non riguardano soltanto i primati termici, ma coinvolgono anche acqua, energia, trasporti, ambiente e salute.
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