Maranza, il punto cieco dei governi: sicurezza senza integrazione
Dalle periferie francesi alle tensioni di Milano, la risposta istituzionale insiste sull’ordine pubblico ma lascia in ombra disagio sociale, scuola, lavoro e inclusione.
Le immagini delle tensioni milanesi hanno riacceso un copione già visto: giovani delle periferie, saccheggi, allarme pubblico e una risposta politica centrata quasi soltanto sulla repressione. Il tema, però, non riguarda esclusivamente la sicurezza delle strade: dietro quei comportamenti restano condizioni di marginalità, fallimenti scolastici e aspirazioni sociali senza sbocco.
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La rabbia segue modelli già visti
Il riferimento più immediato conduce alla Francia del 2005, quando i rivoltosi delle periferie parigine portarono nelle strade il risentimento accumulato nei quartieri più svantaggiati. Da allora, secondo questa lettura, le rivolte giovanili hanno spesso seguito un meccanismo imitativo alimentato dalla visibilità dei mezzi di comunicazione: un episodio diventa precedente, simbolo e modello per altri gruppi.
Anche le recenti proteste francesi, estese in varie zone del Paese e legate alle contestazioni contro le scelte del governo, vengono collocate nello stesso schema. A Milano, intanto, la narrazione di una città devastata è stata giudicata da alcuni testimoni sproporzionata rispetto ai danni effettivamente registrati in corso Torino, dove gli esercizi colpiti sarebbero stati quattro. Una condotta comunque grave, ma diversa dall’immagine di una metropoli travolta dal caos.
Ordine pubblico e consenso
Nel passato non sono mancati precedenti capaci di trasformare il conflitto urbano in una spirale di violenza. Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, gli incidenti provocati da sedicenti sostenitori del Liverpool causarono la morte di tifosi della Juventus; negli anni successivi, parte del tifo negli stadi italiani assunse forme sempre più simili allo scontro tra bande. Altri passaggi ricordati sono le proteste di Seattle del novembre 1999, quelle di Napoli del marzo 2001 e il G8 di Genova del giugno dello stesso anno.
L’autore del testo interpreta queste crisi anche come occasioni sfruttate dai partiti dell’ordine per raccogliere consenso tra i ceti più timorosi di perdere sicurezza e patrimonio. In questa prospettiva, l’enfasi mediatica e l’eventuale presenza di provocatori possono amplificare la paura, spingendo l’opinione pubblica a chiedere misure sempre più dure.
La risposta resta tutta repressiva
Nel 2005 Nicolas Sarkozy, allora ministro dell’Interno, definì i giovani delle periferie «feccia» e promise di affrontarli con una linea inflessibile e un massiccio impiego della polizia antisommossa. Oggi Emmanuel Macron punta sul coprifuoco nazionale, mentre il governo italiano ha varato l’ottavo pacchetto sicurezza, estendendo anche ai minori la possibilità di essere puniti.
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Il tratto comune di queste iniziative, secondo la tesi proposta, è l’attenzione quasi esclusiva all’incolumità immediata: controllare le strade, proteggere i beni, contenere gli scontri. Rimane invece in secondo piano la sicurezza intesa come dignità, accesso ai diritti e possibilità concreta di costruire un futuro attraverso scuola, casa e lavoro.
Le periferie chiedono più dei divieti
Già nel 2005 Jean Daniel, direttore di Le Nouvel Observateur, aveva ricondotto la rabbia delle periferie francesi soprattutto alla debolezza delle politiche di accoglienza e integrazione. Lo scrittore franco-algerino Yassir Benmiloud indicava allora numeri molto più pesanti nei quartieri ribelli: a fronte di una disoccupazione nazionale del 9,9%, lì si arrivava al 45%; l’insuccesso scolastico riguardava un alunno su due, contro uno su cinque nel resto del Paese.
Questi dati aiutano a leggere anche il disagio dei giovani italiani senza ridurlo automaticamente a una trama organizzata. Ipotesi di regie occulte e di guerre ibride sono state evocate nel dibattito pubblico da esponenti e commentatori, ma rischiano di spostare l’attenzione dalle condizioni concrete che alimentano la frustrazione.
Il simbolo di una scarpa firmata
Anche l’assalto alle sneakers esposte nei negozi più costosi può essere interpretato, oltre che come furto, come la ricerca di un segno di riconoscimento. Per chi si sente escluso, quel marchio diventa uno status symbol capace di cancellare, almeno simbolicamente, lo stigma della marginalità.
La contraddizione è che il consumo ha finito per sostituire l’inclusione sociale: il possesso dell’oggetto promette appartenenza, mentre le istituzioni continuano a rispondere soprattutto con divieti, controlli e sanzioni. La violenza resta da condannare, ma ignorarne le radici significa lasciare intatto il problema che l’ha prodotta.
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