937notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 3 min di lettura25 min fa

Maranza, il conto salato della repressione: cosa manca davvero

Un osservatore alieno vedrebbe il limite delle sole misure punitive e chiederebbe investimenti seri in cultura, scuola e periferie

La risposta ai conflitti che attraversano le periferie non può fermarsi all’inasprimento delle pene. Anche ammettendo che le disuguaglianze siano difficili da ridurre in tempi brevi, la priorità dovrebbe essere riportare educazione e cultura dentro una strategia pubblica stabile, soprattutto nei quartieri più fragili e tra i giovani di famiglie immigrate.

Offerta del giorno22 ottobre

Rowenta

-20% sulle aspirapolveri da Rowenta

Scade tra 70 giorni
********


Cultura e scuola restano ai margini

Risorse ingenti vengono destinate agli armamenti, alle grandi opere, all’edilizia di pregio, agli eventi della moda e alle istituzioni culturali frequentate dai ceti abbienti. Molto meno visibile, invece, è un investimento straordinario per creare occasioni educative, artistiche e sociali nei territori dove vivono i cosiddetti “maranza”.

La sproporzione appare ancora più evidente osservando la spesa per un’opera in un grande teatro, per una mostra celebrata o per una stagione culturale rivolta a un pubblico selezionato. Quante risorse arrivano, nello stesso periodo, alle emergenze formative delle periferie? La domanda riguarda governi e amministrazioni locali, ma chiama in causa anche la sinistra, responsabile di ritardi e omissioni che durano da anni.


Le periferie non si riqualificano con gli slogan

Persino Giorgia Meloni, nel presentare il più recente provvedimento fondato su controlli più duri e sanzioni più pesanti, ha riconosciuto che la trasformazione dei quartieri degradati è indispensabile. Non è escluso che l’esecutivo pensi a un intervento simbolico sul modello di quello realizzato a Caivano, magari proprio a Milano, amministrata da Giuseppe Sala.

Il rischio, però, è che la riqualificazione resti una vetrina politica invece di diventare un programma continuativo. Dieci piazze rese pedonali e ridipinte non compensano necessariamente il peso di operazioni immobiliari pensate per residenti benestanti, né sostituiscono servizi educativi, presidi sociali e spazi di aggregazione.


Il disagio non nasce dal nulla

Un osservatore arrivato da Marte, abituato a valutare i fenomeni senza appartenenze ideologiche, noterebbe anzitutto la fragilità di una tesi molto diffusa: quella secondo cui l’inclusione avrebbe già dimostrato di essere un fallimento. Mancano, infatti, prove solide per sostenere che sia stata davvero sperimentata una politica organica di integrazione e crescita culturale dei ragazzi.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

Negli ultimi trent’anni o quarant’anni, numerosi studi di sociologia e criminologia condotti soprattutto nei Paesi anglosassoni hanno esaminato gli effetti delle politiche repressive. Il loro insegnamento generale è che il ricorso indiscriminato al controllo tende a produrre altro disagio e costi pubblici elevati, senza risolvere le cause del problema.


Milano, la frattura corre tra i quartieri

A Milano la vicinanza fisica tra aree riqualificate e zone in difficoltà non ha automaticamente favorito la convivenza. Al contrario, i processi di sostituzione sociale possono alimentare risentimento: l’ex scalo trasformato in spazio di lusso, con la Fondazione Prada e i nuovi edifici del quartiere chiamato “SouPra”, si trova vicino al Corvetto più povero.

Una dinamica simile si osserva nell’area di Nolo, diventata alla moda, a ridosso dei luoghi segnati dalle tensioni tra bande latinoamericane e giovani appartenenti a famiglie musulmane. La geografia urbana, da sola, non produce integrazione: senza politiche sociali e culturali, il contatto tra gruppi differenti può trasformarsi in una nuova linea di conflitto.


La stretta non basta

Chi invoca militari nelle strade, maggiori poteri per le forze dell’ordine e pene più severe confonde strumenti diversi. La risposta dello Stato può essere necessaria davanti a mafie e terrorismo, ma quel precedente non è automaticamente applicabile a un fenomeno legato al nuovo sottoproletariato urbano, privo della stessa struttura e dello stesso radicamento.

La discussione pubblica, intanto, oscilla tra indignazione e assoluzioni collettive. C’è chi ricorda ai ceti privilegiati che nessuno è estraneo alle responsabilità sociali e chi, in direzione opposta, presenta ogni ipotesi inclusiva come una resa. In entrambi i casi, il rischio è non vedere il punto centrale: senza un serio lavoro educativo e culturale, la repressione rischia di diventare soltanto una risposta costosa a un disagio destinato a riprodursi.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere