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Attualità 4 min di lettura41 min fa

Liste e preferenze, la partita nascosta che agita i partiti

La possibile riforma cambia la corsa al Parlamento: più territorio per i deputati, ma anche una sfida interna con amministratori già forti alle urne.

A decidere il peso dei parlamentari nella prossima corsa elettorale potrebbe non essere soltanto il consenso raccolto sul territorio, ma anche chi avrà il potere di compilare le liste. Nei partiti della maggioranza cresce infatti l’attenzione sulle future scelte dei leader: ministri e profili tecnici potrebbero essere tutelati con un posto da capolista, mentre gli altri dovrebbero misurarsi con il voto personale.

Il nodo riguarda soprattutto Matteo Salvini, atteso da un nuovo congresso, e Antonio Tajani, alle prese con le tensioni della minoranza interna. Un esponente di Forza Italia sintetizza così la questione: «Il tema vero è piuttosto un altro». La partita, dunque, non si giocherà soltanto sulle preferenze, ma anche su chi guiderà i partiti nel momento in cui saranno definiti i candidati.


I leader scelgono le caselle più sicure

La presenza di capilista bloccati consentirà alle forze politiche di mettere al riparo alcune figure considerate strategiche. Tra queste, secondo il ragionamento che circola nel centrodestra, dovrebbero rientrare i ministri e i candidati tecnici, lasciando agli altri una competizione più esposta nei collegi.

Intanto, in diverse zone del Paese si registra già una maggiore attività politica. Nel partito di Giorgia Meloni, però, si tende a collegarla soprattutto all’avvicinarsi della campagna elettorale, più che all’introduzione delle preferenze. Dopo la festa organizzata a Bari all’inizio di settembre per celebrare la longevità dell’esecutivo, l’autunno viene descritto come una fase di mobilitazione intensa.


La sfida arriva dal territorio

Per deputati e aspiranti parlamentari, la novità più concreta sarà l’aumento degli appuntamenti fuori da Roma: sagre, inaugurazioni, feste locali, circoli e associazioni potrebbero diventare tappe essenziali per costruire consenso. Il rischio maggiore riguarda chi ha trascorso gran parte della legislatura tra l’Aula e le commissioni e ora dovrebbe recuperare rapidamente una rete personale di voti.

A partire avvantaggiati sarebbero consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali abituati a raccogliere preferenze. La loro forza non dipenderebbe soltanto dal simbolo di partito, ma da rapporti consolidati con elettori, associazioni e gruppi del territorio. La situazione diventerebbe ancora più delicata se le elezioni anticipate si tenessero ad aprile.

In Fratelli d’Italia il problema viene riconosciuto, anche se con una lettura meno allarmata. Angelo Rossi, relatore della riforma, sostiene che sarà necessario intensificare il rapporto con le comunità locali, ma osserva che per chi già lo coltiva il cambiamento sarebbe limitato. «Non può essere certo una nota negativa delle preferenze che i deputati dovranno stare di più sul territorio», ha affermato.


Quanto conteranno davvero i voti personali

Il meccanismo previsto assegna un ruolo decisivo alle preferenze soltanto oltre il primo seggio conquistato da una lista. Nei collegi plurinominali ogni formazione presenterà sette candidati, incluso il capolista, che resterà eletto senza dover competere individualmente. Gli elettori potranno invece indicare fino a tre nomi, rispettando l’alternanza di genere.

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L’ordine determinato dalle preferenze servirà per attribuire i seggi successivi a quello del capolista. Se una lista riuscirà a ottenere un solo posto, entrerà quindi il primo nome; la contesa personale inizierà dal secondo eletto. Per questo la riforma avrebbe effetti soprattutto sui partiti più grandi, in particolare Fratelli d’Italia e Partito Democratico, mentre l’impatto sarebbe più contenuto sulle formazioni minori.

Nel Partito Democratico alcuni deputati ridimensionano la portata della svolta, sostenendo che i propri rappresentanti siano già presenti nei territori. Andrea Casu ha osservato: «Sul territorio noi ci siamo già». Stefano Graziano considera inoltre il sistema meno incisivo di una legge basata interamente sulle preferenze.

Anche Arturo Scotto ricorda che gli spostamenti tra la capitale e le circoscrizioni fanno già parte dell’attività parlamentare. Il taglio del numero degli eletti, ha spiegato, ha lasciato aperti problemi di funzionamento nelle commissioni e ha reso comunque necessario mantenere un rapporto costante con le realtà locali.


Il voto alla Camera resta incerto

La riforma è tornata all’esame della Camera per la fase conclusiva. Il calendario prevede l’avvio delle questioni pregiudiziali presentate dalle opposizioni il 1 ottobre alle 12; su questa votazione, così come su quella conclusiva fissata tra il 7 e l’8 ottobre, potrà essere chiesto lo scrutinio segreto.

Nella settimana successiva sono inoltre in programma tre voti di fiducia. La combinazione tra passaggi parlamentari e votazioni non palesi alimenta la cautela tra i sostenitori del provvedimento. Rossi, interpellato sulla possibilità di sorprese, ha risposto: «Lo scopriremo domani».

Nel frattempo, anche all’interno della maggioranza si ammette che le certezze degli eletti siano diminuite. La competizione, tuttavia, non coinvolgerebbe tutti allo stesso modo: i candidati più forti sul territorio potrebbero contendersi pochi seggi disponibili, mentre le caselle bloccate verrebbero concentrate sui nomi che i vertici intendono proteggere. Per i parlamentari delle seconde e terze file, la prossima campagna potrebbe quindi richiedere molti più appuntamenti locali e una sfida diretta con gli amministratori già abituati al consenso personale.

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