L’Europa a pezzi: così Mosca può vincere senza prendersela
Dall’ipotesi di un ritorno al gas russo alle destre nazionaliste in crescita, il rischio è un’Unione formalmente intatta ma incapace di agire insieme
L’Europa potrebbe conservare istituzioni, bandiere e governi comuni, ma perdere progressivamente la capacità di parlare con una voce sola. Se Berlino cercasse un’intesa energetica con Mosca, Parigi rivendicasse una linea autonoma e Roma puntasse su rapporti privilegiati con le grandi potenze, il continente finirebbe per negoziare in ordine sparso. E proprio questa frammentazione potrebbe diventare un successo strategico per il Cremlino.
Non sarebbe necessario trasformare tutti i partiti nazionalisti in forze apertamente filorusse. Sarebbe sufficiente che ciascun governo ritenesse più conveniente trattare da solo, nella convinzione di poter ottenere condizioni migliori da Washington o da Mosca. Alla fine, però, il peso collettivo degli europei nelle trattative diminuirebbe.
La sovranità diventa una trappola
Il meccanismo è già visibile in alcune iniziative politiche. Quando il Consiglio dell’Ue ha sanzionato Voice of Europe, ha indicato nella piattaforma uno strumento destinato a finanziare propagandisti e a costruire rapporti d’influenza con esponenti politici europei. Ma accanto alle attività clandestine esiste una proposta molto più esplicita: separarsi dalle decisioni comuni in cambio della promessa di nuovi affari.
Il messaggio rivolto a una parte dell’opinione pubblica tedesca è chiaro: riaprire i canali con la Russia significherebbe recuperare gas, commercio e competitività industriale. Il ritorno a quel modello, tuttavia, entrerebbe in conflitto con la scelta dell’Unione di ridurre fino ad abbandonare le forniture russe e con il sostegno europeo alla resistenza ucraina.
L’obiettivo, quindi, non sarebbe soltanto economico. Per rendere possibile quella politica occorrerebbe modificare l’attuale assetto europeo, indebolendo le sanzioni, ridiscutendo gli aiuti a Kyjiv e ridimensionando le decisioni condivise. La promessa di vantaggi nazionali potrebbe così diventare il veicolo per costruire un’alternativa all’Europa che ha scelto di sostenere l’Ucraina.
Le destre dividono la risposta europea
In Germania, l’AfD è già entrata in questo schema. A giugno, a San Pietroburgo, il vicecapogruppo al Bundestag Markus Frohnmaier ha incontrato Kirill Dmitriev, inviato di Putin e responsabile del Fondo russo per gli investimenti diretti, oltre al vertice di Gazprom. In quell’occasione ha rilanciato la possibilità di riattivare Nord Stream.
Dmitriev ha inoltre avanzato l’idea di un forum economico tra Russia, Stati Uniti e Germania previsto per il 2027, con il coinvolgimento dell’AfD. La presenza americana non è stata confermata e non si tratta di un’intesa tra governi, ma la composizione del tavolo immaginato è già significativa: l’Unione europea e l’Ucraina restano fuori.
Lo scrittore filorusso Constantin von Hoffmeister ha letto questo progetto attraverso il pensiero di Julius Evola, secondo cui l’economia dovrebbe rimanere subordinata a una visione politica e civilizzatrice. La domanda implicita riguarda il ruolo che i legami energetici con Mosca potrebbero assegnare alla Germania nel rapporto triangolare con Russia e Stati Uniti.
Un’eventuale Germania guidata dall’AfD, una Francia nelle mani del Rassemblement national e un’Italia condizionata da Roberto Vannacci non avrebbero necessariamente una stessa politica estera. Potrebbero però produrre effetti convergenti: aiuti a Kyjiv sottoposti a negoziazioni continue, difesa comune sostituita da intese bilaterali e competizione tra capitali per ottenere il favore delle potenze esterne.
Il caso italiano pesa sulla maggioranza
In Francia, Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno condannato le operazioni ibride russe e sostenuto che Parigi non debba agevolare gli obiettivi militari di Mosca. Nello stesso documento hanno però chiesto di riaprire la discussione sulle sanzioni e sulle condizioni degli aiuti all’Ucraina. La fermezza dichiarata rischierebbe di perdere consistenza se venissero indeboliti proprio gli strumenti necessari a sostenerla.
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In Italia il problema riguarda direttamente gli equilibri di governo. Vannacci, oggi esterno alla coalizione con il suo Futuro Nazionale, potrebbe in futuro entrarvi oppure diventare indispensabile alla maggioranza. In quel caso, la posizione sulla politica estera potrebbe trasformarsi nella contropartita per garantire la sopravvivenza dell’esecutivo.
Il generale propone di ripristinare i rapporti economici con Mosca e rifiuta il sostegno a Kyjiv. È una linea destinata a esercitare pressione sulla politica seguita da Giorgia Meloni, in modo analogo a quanto avviene a sinistra con il Movimento cinquestelle di Giuseppe Conte. Un’inchiesta del Financial Times lo ha presentato come un possibile punto d’ingresso dell’influenza russa, mentre nella maggioranza il tema viene osservato con preoccupazione.
L’Austria mostra quanto il fenomeno possa crescere anche prima dell’arrivo al governo. Alle elezioni del 2024 la FPÖ ha raggiunto il 28,8 per cento; oggi i sondaggi la collocano tra il 36 e il 38 per cento. Il suo leader Herbert Kickl accusa l’Unione di alimentare il conflitto e difende il veto nazionale come garanzia irrinunciabile della sovranità.
Contestare la risposta europea alla Russia e mantenere la facoltà di bloccarla sono due posizioni che si rafforzano a vicenda. Per Mosca, non è indispensabile conquistare politicamente ogni capitale: può bastare un’Unione incapace di assumere decisioni comuni.
Il Nord Europa mostra un’altra strada
L’ascesa delle destre radicali, però, non segue ovunque lo stesso percorso. I Democratici Svedesi hanno appoggiato l’ingresso nella Nato e gli aiuti all’Ucraina. Inoltre, alle elezioni di settembre, sono scesi dal 20,5 al 17,5 per cento.
Nel Nord Europa la percezione della minaccia russa ha favorito un consenso sulla difesa che supera i confini degli schieramenti. Il confronto tra i diversi partiti dovrebbe quindi concentrarsi sulle dipendenze che intendono ristabilire, sulle capacità comuni che vogliono rafforzare e sulle aggressioni che sono disposti a contrastare.
Un accordo tedesco per recuperare il gas russo potrebbe essere celebrato a Berlino come una vittoria economica. Per i paesi più esposti alle pressioni di Mosca, la stessa scelta avrebbe invece il significato di una minaccia. È su queste divergenze tra interessi nazionali che il Cremlino può intervenire, anche senza imporre una regia unica.
Il progetto di forum promosso da Dmitriev rende pubblico questo modello: alcuni paesi trattano direttamente con le grandi potenze, mentre gli altri diventano oggetto della trattativa. La solidarietà tra nazioni, proclamata come difesa della sovranità, rischia così di trasferire potere proprio a chi quella sovranità vuole condizionare.
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