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Attualità 4 min di lettura18 ore fa

Leone XIV, il nodo della pace: senza difesa il dialogo rischia la resa

A Metz il Papa ha criticato riarmo e logica dello scontro, ma il richiamo alla storia europea lascia irrisolta la questione dell’Ucraina aggredita dalla Russia.

Robert Schuman non immaginava una pace costruita rinunciando alla sicurezza davanti a una potenza ostile. Il progetto europeo nacque infatti dall’accordo tra Paesi democratici, mentre la protezione militare dell’Occidente restava affidata anche all’Alleanza atlantica.

La sua strategia teneva insieme due elementi: la cooperazione economica tra Francia e Germania e la costruzione di strumenti comuni per difendere l’Europa. Nel 1951 arrivò la Comunità europea del carbone e dell’acciaio; l’anno seguente Schuman firmò con Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer il trattato per la Comunità europea di difesa, poi respinto dal Parlamento francese. L’idea prevedeva un esercito sovranazionale, sostenuto da risorse condivise.


La lezione di Schuman è incompleta

Per questo il richiamo a Schuman pronunciato a Metz da Leone XIV appare parziale. La dichiarazione del 9 maggio 1950 puntava sul dialogo e sulla condivisione delle risorse affinché una nuova guerra tra gli Stati europei diventasse concretamente impraticabile, ma quel disegno non coincideva con il pacifismo inteso come rinuncia alla forza.

Il fondatore dell’Europa comunitaria cercava la riconciliazione tra Paesi che accettavano regole comuni e, nello stesso tempo, sosteneva la necessità di proteggere quel sistema. La pace europea fu quindi il risultato di istituzioni condivise e di una deterrenza credibile, non del disarmo davanti a chi quelle regole avrebbe potuto calpestare.


L’Ucraina resta fuori dal discorso

A Metz, nella città legata alla memoria di Robert Schuman, Leone XIV ha difeso il diritto internazionale e il multilateralismo come argini alla volontà di dominio. Ha anche denunciato il disprezzo per la parola data, senza però indicare chi abbia infranto gli impegni più evidenti nel conflitto europeo.

Nel suo intervento non sono comparsi né l’Ucraina né la Russia, e non è stata esplicitata la differenza tra chi ha attaccato e chi è stato attaccato. Eppure l’invasione russa riguarda uno Stato sovrano al quale Mosca aveva riconosciuto garanzie sull’integrità territoriale, anche attraverso il Memorandum di Budapest del 1994. La violazione di quell’impegno ha lasciato la popolazione ucraina esposta a bombardamenti e distruzioni.

Nella stessa giornata Emmanuel Macron ha assunto una posizione più precisa, ribadendo il sostegno francese a Kyiv davanti all’aggressione militare russa. Il contrasto tra i due interventi rende ancora più evidente il limite del discorso papale: la pace viene invocata in termini generali, mentre manca l’indicazione della responsabilità concreta da cui il conflitto è nato.


Riarmo e difesa non sono uguali

Leone XIV ha messo in guardia dall’“illusione del riarmo” e ha osservato che l’aumento delle spese militari viene spesso giustificato con la minaccia rappresentata dagli altri. Il dubbio sollevato dal Papa può valere quando la paura viene usata come strumento politico, ma non descrive allo stesso modo tutte le situazioni.

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A Kyiv, Vilnius, Tallinn e Varsavia il pericolo non è una costruzione retorica. Si manifesta attraverso missili contro le città, droni diretti anche verso strutture sanitarie, azioni di sabotaggio, minacce nucleari e provocazioni ripetute. Mettere sullo stesso piano l’armamento di chi aggredisce e quello di chi prova a proteggersi finisce per oscurare una distinzione morale essenziale.

Il Papa ha precisato che la pace non può essere confusa con un atteggiamento ingenuamente conciliante. Non ha chiesto in modo esplicito all’Europa di rinunciare alla propria difesa e questo elemento va riconosciuto. Tuttavia, se la difesa è legittima, occorre affermare con chiarezza che prepararsi a respingere un attacco non rappresenta necessariamente una fuga dalla pace: può essere una responsabilità verso chi rischia di subirlo.

La stessa dottrina cattolica ammette che uno Stato aggredito possa organizzare la propria protezione anche ricorrendo alle armi, entro condizioni rigorose. Inoltre, la difesa degli altri può trasformarsi in un dovere morale quando l’inerzia lascerebbe campo libero all’aggressore.


Il dialogo non basta senza garanzie

Leone XIV ha definito la pace un’attività concreta e ha chiesto se gli Stati stiano davvero elaborando iniziative originali per fermare i conflitti, invece di limitarsi a contenere quelli già in corso e a prepararsi ai prossimi. La domanda è fondata, ma le indicazioni successive restano generiche: pazienza nel dialogo, coraggio nelle trattative e disponibilità a rinunciare a qualcosa per un bene più alto.

Rimane però da capire quali concessioni siano previste e a carico di chi. Se ogni negoziato non parte dal ritiro dell’aggressore, il sacrificio rischia di ricadere sull’Ucraina: sui suoi territori, sulla sua sovranità e sulla libertà dei suoi cittadini. Una pace ottenuta in questo modo non sarebbe una soluzione condivisa, ma la resa dell’aggredito e una ricompensa per chi ha fatto ricorso alla forza.

Il richiamo alla pace deve dunque accompagnarsi al riconoscimento del diritto di difendersi. Senza questa precisazione, l’appello al dialogo rischia di confondere la responsabilità di chi rompe i patti con quella di chi cerca di sopravvivere alla loro violazione.

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