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Attualità 2 min di lettura14 ott

Leone XIV, il nodo dei linfonodi: cosa cambia dopo l’operazione

La diagnosi è stata confermata durante la lobectomia, ma saranno gli esami sui linfonodi e sul profilo molecolare a stabilire il percorso successivo.

Il dato decisivo per capire il quadro clinico di Leone XIV non è soltanto la rimozione del tumore, ma l’analisi dei linfonodi prelevati durante l’intervento. La loro eventuale infiltrazione può modificare lo stadio della malattia e determinare la necessità di cure aggiuntive dopo la chirurgia.

Il Papa è stato sottoposto all’asportazione del lobo inferiore del polmone destro per un adenocarcinoma polmonare, la forma più frequente tra i tumori maligni dell’organo. L’operazione, eseguita al Gemelli di Roma, si è conclusa senza complicazioni; per una diagnosi al primo stadio, la sopravvivenza a cinque anni supera l’80%, ma per una valutazione individuale servono ulteriori risultati.

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I linfonodi decidono il prossimo passo

Durante la lobectomia vengono esaminati anche i linfonodi situati nel torace. Se non contengono cellule tumorali, il tumore può essere considerato confinato al polmone e, in molti casi, l’intervento è sufficiente: il paziente viene quindi seguito con controlli periodici.

La presenza di cellule maligne nei linfonodi, invece, comporta una diversa classificazione della malattia, che può passare al secondo o al terzo stadio. In quella situazione i medici valutano una terapia adiuvante, cioè successiva all’operazione, con l’obiettivo di abbassare la probabilità che il tumore si ripresenti.


Come si è svolta la lobectomia

Il bollettino diffuso in serata ha riferito che il Papa è rimasto in sala operatoria per circa tre ore, mentre la procedura chirurgica è durata circa 90 minuti. L’intervento è stato realizzato con una tecnica videoassistita e il Pontefice, dopo il risveglio, è tornato nella sua stanza al decimo piano al termine di una breve osservazione.

L’esame istologico eseguito durante l’operazione ha confermato l’ipotesi formulata prima dell’intervento. «L’intervento è riuscito e non ci sono state complicanze», hanno comunicato il medico personale Luigi Carbone e Stefano Margaritora, il chirurgo che ha eseguito la procedura.

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Terapie mirate in base al tumore

L’adenocarcinoma tende a comparire con maggiore frequenza anche in persone che non fumano ed è meno aggressivo rispetto al tumore polmonare a piccole cellule. Oggi la scelta dei farmaci dipende inoltre dalle caratteristiche biomolecolari della neoplasia: specifiche alterazioni genetiche possono indicare l’uso di immunoterapia o di farmaci a bersaglio molecolare.

Se queste opzioni non risultassero applicabili, potrebbe essere presa in considerazione la chemioterapia, talvolta insieme all’immunoterapia. La cura adiuvante ha generalmente una durata limitata perché viene somministrata in via preventiva, per ridurre il rischio di recidiva, e può essere definita soltanto dopo gli esami completi sul tessuto rimosso.


Recupero e rischio di recidiva

Per interventi di questo tipo la degenza media viene indicata in circa 7-10 giorni. In seguito, il paziente può riprendere gradualmente le normali attività, secondo le condizioni cliniche e le indicazioni della squadra medica.

Quando i linfonodi risultano negativi, il rischio che l’adenocarcinoma torni è stimato intorno al 10-15%, con variazioni legate al sottotipo. Se invece sono coinvolti, la probabilità aumenta, ma i trattamenti successivi possono ridurla in modo significativo.

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