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Attualità 3 min di lettura15 ott

Ilhan Omar nel mirino: cittadinanza a rischio e scontro con Trump

Una perquisizione e numerosi mandati riaccendono il caso sulla naturalizzazione della deputata democratica, mentre Washington valuta una possibile causa per revocarle la cittadinanza.

La perquisizione della casa di Ilhan Omar riapre uno dei fronti più delicati dello scontro tra Donald Trump e la sinistra democratica americana. A poche settimane dalle elezioni di metà mandato, nelle quali la deputata del Minnesota punta alla rielezione, gli investigatori federali hanno sequestrato dispositivi elettronici, documenti personali e il passaporto della parlamentare.

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La cittadinanza è il nodo centrale

L’indagine ruota attorno alle informazioni fornite da Omar o dal padre, Nur Omar Mohamed, durante la procedura d’immigrazione. In particolare, gli investigatori stanno verificando quale fosse la sua età quando il padre avviò la richiesta di cittadinanza.

La differenza tra 17 e 18 anni potrebbe avere conseguenze rilevanti. Se Omar fosse stata minorenne, infatti, avrebbe potuto acquisire automaticamente la cittadinanza come figlia, senza presentare una domanda autonoma. La deputata, nata a Mogadiscio nel 1982 e giunta negli Stati Uniti nel 1995 dopo un periodo trascorso in un campo profughi in Kenya, ha sempre negato di aver commesso frodi legate all’immigrazione.

Lunedì gli agenti hanno portato via dalla sua abitazione di Washington il telefono, alcuni computer, quaderni e il passaporto. Sono stati inoltre notificati più di dodici mandati di comparizione, alcuni dei quali riguardano familiari della deputata chiamati a testimoniare davanti a un gran giurì in Minnesota.


Dalla perquisizione alla causa federale

La cittadinanza non può essere cancellata con una decisione unilaterale dell’amministrazione. Per procedere, il dipartimento di Giustizia deve chiedere l’intervento di un tribunale federale e dimostrare che la naturalizzazione sia stata ottenuta attraverso dichiarazioni false e determinanti.

Leon Fresco, già dirigente del dipartimento di Giustizia durante la presidenza Obama, ha osservato che l’eventuale prova di una menzogna pronunciata personalmente da Omar sulla propria età renderebbe il caso più sostenibile. Lo stesso ex funzionario ha però rilevato che il governo si sta muovendo in un’area giuridica ancora poco definita.

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L’ufficio della deputata ha respinto l’inchiesta e ha accusato Trump di voler colpire una delle voci progressiste più incisive del Congresso: «Non c’è alcun fondamento». La difesa politica si accompagna a un ulteriore filone investigativo sulle sue dichiarazioni patrimoniali, sebbene un organismo indipendente del Congresso avesse già escluso irregolarità riguardo a una precedente comunicazione.


L’offensiva contro i naturalizzati

Il caso Omar si colloca in una campagna più ampia dell’amministrazione Trump contro alcuni cittadini naturalizzati. Dopo l’inizio del secondo mandato, il governo avrebbe avviato oltre 200 procedimenti per ottenere la revoca della cittadinanza, rivolti soprattutto a persone condannate per reati o accusate di aver mentito durante la naturalizzazione.

Prima di questa fase, azioni di questo tipo erano poco frequenti: in genere il governo federale ne promuoveva una dozzina o meno ogni anno. Anche per questo l’indagine sulla deputata assume un rilievo politico particolare, soprattutto mentre si avvicina il voto per il rinnovo del Congresso.

Omar è da tempo uno degli obiettivi più attaccati dai repubblicani. Trump ha più volte invocato la sua espulsione e riproposto accuse mai dimostrate, tra cui quella secondo cui avrebbe sposato il fratello per agevolarne l’ingresso negli Stati Uniti.

Per ora, tuttavia, tra la perquisizione e una possibile perdita della cittadinanza resta una distanza decisiva. Il governo dovrebbe infatti portare davanti a un giudice prove concrete di una frode rilevante nella procedura di naturalizzazione.

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