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Attualità 4 min di lettura4 giorni fa

Leone e l’Europa armata: il messaggio che arriva da Metz

La visita del pontefice in Francia mette al centro il futuro dell’Europa, il riarmo e l’incapacità dell’Unione di incidere sui principali conflitti internazionali.

Il viaggio di papa Leone in Francia non ha soltanto un significato pastorale. Dopo la tappa in Spagna, il pontefice torna a concentrare l’attenzione sull’Europa occidentale e sulle sue fragilità, in una fase segnata da guerre, divisioni diplomatiche e nuovi programmi militari. La giornata di Metz, dedicata all’Europa, alla pace e all’unità, rende esplicita la dimensione politica della visita.

A preoccupare la Santa Sede è soprattutto il contrasto tra il riarmo del continente e la sua debolezza sulla scena internazionale. L’Unione europea appare infatti incapace di svolgere un ruolo decisivo nei negoziati e, contemporaneamente, fatica a proporre una visione comune sui conflitti che circondano il continente.


Il pontefice guarda alle fragilità europee

La scelta di tornare nell’Europa occidentale segna una differenza rispetto all’impostazione di Francesco, più orientata verso le periferie del mondo. Anche nel cuore del continente, però, la pratica religiosa e la presenza dei credenti sono ormai collocate ai margini del quadro culturale dominante. Resta da capire quale risposta offrirà Leone, agostiniano, a questa condizione religiosa e sociale.

L’attenzione del nuovo pontefice non riguarda soltanto la fede. La sua formazione e le sue origini statunitensi lo portano a richiamare i principi sui quali, nel dopoguerra, furono costruite l’Alleanza atlantica e l’integrazione europea. Il deterioramento dell’Europa è da tempo motivo di allarme per il Vaticano: nel 2023, a Lisbona, Francesco aveva definito il continente un “anziano continente” e si era domandato quale direzione potesse prendere senza offrire strade per la pace e soluzioni creative alla guerra in Ucraina.

Quella domanda, secondo il quadro proposto dal testo, è ancora senza risposta. Bruxelles non è riuscita a promuovere un percorso negoziale per l’Ucraina, né ha assunto un’iniziativa capace di garantire a Gaza l’accesso pieno alle risorse essenziali e la fine dell’occupazione israeliana, indicata nel 70 per cento della Striscia. Anche sul confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziato nel febbraio scorso, la voce europea viene descritta come sostanzialmente assente.


Riarmo e diplomazia al centro dello scontro

Il tema iraniano richiama una responsabilità precisa per Francia, Inghilterra e Germania. I tre Paesi europei avevano sottoscritto nel 2015 l’accordo sul nucleare a fini pacifici, poi abbandonato da Donald Trump durante il suo primo mandato, anche sotto la spinta di Israele. Per questo, sostiene il testo, i leader invitati da Emmanuel Macron a Metz non possono ignorare le posizioni della Santa Sede sui principali dossier internazionali.

Sul Medio Oriente, il Vaticano continua a rivendicare per i palestinesi la possibilità di vivere in uno Stato autonomo e sovrano. Il cardinale Pietro Parolin, intervenendo all’assemblea generale dell’Onu, ha parlato del “diritto inalienabile del popolo palestinese a vivere, in libertà, sicurezza e dignità all’interno di uno stato indipendente e sovrano”. Nel frattempo, il testo ricorda oltre settantamila gazawi uccisi dall’esercito israeliano e circa un migliaio di palestinesi morti in Cisgiordania per mano di gruppi di coloni ebraici; l’Ue non ha ancora riconosciuto lo Stato di Palestina.

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Anche sull’Ucraina l’impostazione vaticana viene presentata come distante da quella europea. Dopo gli incontri a Kyiv e Mosca, mons. Paul Gallagher ha insistito sulla necessità di chiudere il conflitto e di costruire in seguito rapporti che non restino bloccati nei torti del passato. Il senso del suo intervento comprende anche l’ipotesi di una futura cooperazione tra Europa e Russia, prospettiva che si allontana dalla linea fondata soprattutto su sanzioni e rifornimenti militari.

A questa impostazione si contrappongono i programmi di potenziamento della difesa promossi dalla Commissione europea. Secondo il testo, tali piani non garantiscono né una vera uniformità degli armamenti né la creazione di un esercito comune. Leone, intervenuto alla Sapienza, ha messo in guardia dal definire difesa un aumento delle armi capace di accrescere tensioni e insicurezza, sottrarre risorse a scuola e sanità e favorire élite estranee al bene comune.

Poco dopo l’arrivo a Parigi, il pontefice ha inoltre richiamato Giovanni XXIII chiedendo che “venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti…”. Il richiamo non viene presentato come un ritorno nostalgico al passato, ma come la risposta a un deterioramento che, secondo la Santa Sede, riguarda il presente.


Metz diventa il banco di prova

La riunione nella città francese offre dunque l’occasione per misurare la distanza tra la prospettiva vaticana e quella delle istituzioni europee. Da una parte c’è la richiesta di rilanciare diplomazia, negoziati e cooperazione; dall’altra, una strategia che continua a puntare sul sostegno militare e sulla pressione economica.

Il paradosso evidenziato dal testo è che la voce più netta sulla crisi geopolitica europea arriva da un’autorità religiosa. Il viaggio di Leone in Francia diventa così un invito ai governi del continente a interrogarsi non solo sulla sicurezza, ma anche sulle conseguenze politiche, sociali e umane delle proprie scelte.

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