Laurea riscattata, il conto del 2026 nasconde un rischio: pensione rinviata
Versare oltre 31mila euro per recuperare cinque anni di studio non garantisce un’uscita anticipata: in alcune situazioni il lavoro può proseguire fino a tre anni in più.
Il recupero degli anni universitari può diventare un vantaggio previdenziale, ma non produce automaticamente un anticipo dell’uscita dal lavoro. In determinati percorsi contributivi, infatti, la scelta può far perdere l’accesso a una formula più favorevole e spostare in avanti il momento della pensione.
A incidere sono soprattutto l’età, la data del primo versamento e la continuità della carriera. Anche il costo dell’operazione è significativo: nel 2026 cinque anni di studi valgono più di 31mila euro.
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Il rischio di pagare e uscire dopo
La situazione più delicata riguarda chi ha cominciato a versare dal 1996, ma ha frequentato l’università anche negli anni precedenti. Il recupero di quei periodi, effettuato con alcune modalità, può modificare il profilo previdenziale del lavoratore: da sistema interamente contributivo si passerebbe a una posizione non più interamente basata sui versamenti.
La conseguenza potrebbe essere la perdita dell’accesso alla pensione anticipata contributiva, disponibile nel 2026 dai 64 anni con almeno 20 anni di contribuzione effettiva e un assegno sopra una soglia stabilita. Le simulazioni considerate mostrano effetti rilevanti: un cinquantenne che ha iniziato a lavorare nel 2004 e recupera quattro anni di università potrebbe rinviare l’uscita di tre anni; per una lavoratrice con lo stesso percorso lo slittamento arriverebbe a due anni. Un sessantenne, invece, potrebbe dover restare al lavoro altri tre anni e quattro mesi.
Età e carriera cambiano il risultato
Il recupero può risultare più utile per chi ha concluso gli studi senza ritardi e ha iniziato a lavorare poco dopo, costruendo una storia contributiva regolare. In questo caso gli anni universitari aggiunti possono servire a raggiungere prima il numero di versamenti richiesto per la pensione anticipata ordinaria.
Diverso è il caso di chi ha cominciato a lavorare dopo i trent’anni o ha accumulato lunghe interruzioni. Per questi lavoratori gli anni riscattati potrebbero non bastare a raggiungere in tempo il requisito contributivo, mentre la pensione di vecchiaia arriverebbe comunque al raggiungimento dell’età prevista.
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Il reddito pesa sull’uscita a 64 anni
Per i lavoratori privi di contributi anteriori al 1996 esiste anche la pensione anticipata contributiva. Nel 2026 si può richiedere dai 64 anni, a condizione di avere almeno 20 anni di versamenti effettivi e un trattamento superiore a una determinata soglia. Se questi requisiti sono già raggiungibili, aggiungere gli anni universitari potrebbe non produrre un anticipo concreto.
L’importo necessario dipende dalla retribuzione e dalla durata della carriera, perché redditi più elevati generano versamenti maggiori all’INPS. Dal 2030 la soglia prevista sarà pari a 3,2 volte l’assegno sociale per uomini e donne senza figli, circa 1.748 euro lordi mensili ai valori attuali. Per le lavoratrici con un figlio il limite scenderà a 2,8 volte, circa 1.529 euro, mentre con almeno due figli sarà fissato a 2,6 volte, cioè circa 1.420 euro.
Il prezzo del recupero nel 2026
Chi sceglie la formula agevolata dovrà mettere in conto 6.206,64 euro per ciascun anno universitario. Il recupero di un percorso triennale costa quindi circa 18.620 euro, mentre cinque anni richiedono 31.033,20 euro.
La spesa è aumentata rispetto al 2019, quando il valore annuale era di 5.240 euro. Per cinque anni, l’incremento complessivo è di circa 4.835 euro: prima di presentare la domanda occorre dunque verificare non solo il costo, ma anche quale effetto avrà sulla futura data di pensionamento.
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